Sono giornate convulse di post vacanze, fatte di lavoro, trasloco e sudore.
Trasloco, sì. Lascio Portapo58. Quello vero, quello fatto di intonaco e mattoni.
Dovrò cambiare nome pure al blog?
Non lo so. Perché no. No.
Ed ora che vivo in bilico (tra santi e falsi dei), la mia vita è racchiusa in una decina di scatoloni mentre altrettanti sono finiti nel rusco (patume, monnezza, spazzatura).
E, come si dice, chiusa una porta se ne apre un'altra. Sempre che la proprietaria della nuova mi dia quella fottuta chiave.
Solo per dirvi che.
Ho aggiustato la cassetta del water e, anche se a voi sembrerà poca cosa, io mi sono sentito un grande.
Suono il basso. Non spesso, ma suono. Molte scale e molto “Message in a bottle”. Ma alla prossima lezione conto di imparare “Pink squares” degli I was a cub scout, e di diventare un superfigo, tipo quelli che suonano “le bionde trecce gli occhi azzurri e poi” sulla spiaggia con la chitarra.
Ho ripreso a disegnare e accidenti quanto mi piace. La mano era arrugginita ma sta migliorando.
Voglio (una vita spericolata, di quelle vite fatte così-i-i-i) un'estate piena di concerti. Depeche Mode, U2, Bloc Party, White Lies, Placebo, Coldplay e Luca Carboni. Per ora non ho neanche un biglietto, ma spero molto nella divina provvidenza.
A proposito... Luca Carboni. Io capisco che suoni in un teatro, se vogliamo chiamare l'Europauditorium di Bologna “teatro”; ma chiedere dai 30 ai 40 euro mi sembra un po' troppo. Dopotutto... c'è la crisi. Non si dice così?
La crisi. Ormai come argomento ha definitivamente soppiantato il meteo. “Brrr... è tornato il freddo, eh?” “Eh... colpa di questa crisi!”. “Che caldo, è decisamente arrivata la primavera!” “Eh sì, nonostante questa crisi”.
Un'ultima cosa: Facebook mi ha definitivamente rotto le palle. Viva Portapo58.
Poche parole perché ho poco tempo e poca voglia. Come al solito, quando devo fare il sito del giornale, un umiliante copia e incolla che dura per giorni e giorni, il mio cervello, già pigro di suo, fa l'offeso e non da segni di vita. Come se dipendesse da me, caro mio. Io non farei niente tutto il giorno, lo sai!
Ma due righe sulla mia giornata di ieri le voglio proprio spendere.
La mattina è iniziata con la macchina della mia collega parcheggiata in mezzo a due camion dei pozzi neri, così ci siamo portati quel buon odorino di merda fino a Bologna. Già questo mi avrebbe dovuto far intuire che tipo di giornata mi aspettasse.
Nella pausa pranzo sono andato a fare la spesa. Quando sono arrivato alla cassa e ho svuotato il carrello mi sono sentito come Renato Pozzetto in quel film, "Da grande", quando fa la spesa e compra solo cose che piacciono ai bambini. Ecco, la mia spesa era più o meno così. Tra biscotti Ringo, Coca cola, marmellata e svizzere al formaggio, la cassiera si è soffermata su una strana bottiglietta, all'apparenza mezza vuota. L'ha agitata, rigirata e alla fine mi ha guardato con uno sguardo di compatimento che mi ha fatto sentire alto più o meno un metro e venti, mentre insistevo a grattarmi la barba per farle capire che almeno la maggiore età l'avevo raggiunta. La bottiglia conteneva del preparato per crêpe, e andrebbe riempita con latte e agitata.
Lo so, non dite niente, è una cazzata e non ci vuole niente a preparare l'impasto delle crêpe. Ma se non vi va bene potete venire voi a fare copia e incolla mentre io resto a casa a preparare crêpe, ok?
Insomma, lo sguardo della cassiera mi ha così umiliato che non sono riuscito a dire altro che "Lasci stare, so già che me ne pentirò..."
Un'ultima cosa, il mio collega ha portato la sua figlioletta sul pony. E mentre il padrone del quadrupede l'accompagnava in giro per il parco, continuava a ripeterle di stare morbida, rilassata, usando una sottile metafora che voglio fare mia anche nella vita: Sii budino.
Fatelo anche voi. Take it easy... Be budino!
Martedì 23 settembre verrà ricordata come la giornata dell'autocommiserazione. Iniziata male, è proseguita con una brillante discussione in macchina con i colleghi, mentre radio Montecarlo proponeva un sondaggio che cadeva a fagiolo: qual è la parte del vostro corpo che preferite e quale lato del vostro carattere apprezzate di più.
Collega 1: E tu Simone, quale parte del tuo corpo preferisci?
Simone: Nessuna, mi odio in blocco.
Collega 2: E qual è la parte che odi di più?
Simone: Sono democratico, tutte alla stessa maniera. E la parte fuori è quella che preferisco. Dentro sono anche peggio.
E visto che sfiga chiama sfiga, la giornata di ieri si è conclusa con il mio tentativo di cavarmi un occhio giocando a tennis. Gioco, partita e incontro.
Ma oggi si cambia registro e vaffanculo.
Abbiate pazienza, oggi sforzatevi di farmi un complimento. Se non vi viene in mente niente potete anche mentire, va bene lo stesso, perché ho l'autostima sotto terra, appena al di sotto delle mie palle che ormai rotolano sul pavimento.
Questo perché ci sono persone che sanno come farmi sentire inadeguato. Tra cui me stesso. Ma con lui voglio essere un po' più tollerante.
Ps.: Inadeguato è la parola corretta. Si può anche sostituire con di merda, ma possiamo considerare inadeguato la parola migliore.
Indisposto. Nervoso. Insofferente.
Stamattina va così. Quando oramai mi ero rassegnato all'idea di aver preso la congiuntivite ad un occhio, dopo "solo" due ore ho realizzato di aver messo una lente al contrario. L'ho girata e, oplà, tutto risolto.
Dopo Veline e Miss Italia vi hanno detto che faranno anche Palleggiatori? Scommetto di no. E allora perché ad ogni allenamento arriva un palleggiatore nuovo? Quella squadra non è un ricovero per Palleggiatori senza fissa dimora per insegnargli a leggere bene e altre cose buone (cit.).
Ieri sera, mentre mi cimentavo in questa specie di percorso di sopravvivenza che dovrebbe (ri)metterci in forma, l'allenatore mi guardava, pensavo fosse soddisfatto e invece se n'è uscito con "Sembra che la parte superiore del tuo corpo appartenga ad un'altra persona. Dovresti avvertirla che sta facendo dello sport...". E mentre saltavo avanti-sinistra-centro-destra-centro come neanche Clemente Mastella saprebbe fare, ribadisce i suoi dubbi, "Salti come se pesassi duecento chili, senti che rumore che fai! Pooom Pooom Pooom! Vuoi sfondare la palestra?"
Sono in forma, non c'è che dire. E questo è un avviso a tutti i palleggiatori: quella panchina è mia, ho lottato per renderla così confortevole e non la lascerò facilmente.
Sono in treno, sto tornando dalla puglia e passerò la notte in questa cuccetta dove fa un caldo porco. Sono in compagnia di almeno due potenziali assassini fuori di testa e, considerando che siamo solo in tre, questo fa di me l'unica probabile vittima. Ma sono stato bene, molto bene, e non è poco.
Ci sarebbero tante cose da dire, tanti episodi divertenti, ma ci sarebbe troppo da scrivere - e con un cellulare non mi pare il caso - e poi farebbe troppo filmino delle vacanze. Ma ho passato una settimana incredibilmente piena, ho portato tre libri e alla fine ho letto tre righe. Ho visto posti bellissimi, ho conosciuto persone stupende e sono stati tutti incredibilmente gentili. Come dicevo sempre "state facendo bruciare la mia candela da due parti, prima o poi crollerò", ma alla fine ho tenuto botta.
Nella mia prima giornata in Puglia, abbiamo dovuto fermare la macchina per far passare una processione. Un prete particolarmente energico gridava al microfono e invitava tutti a rimanere in silenzio e pensare a se stessi, se eravamo felici o tristi, se eravamo soddisfatti di noi o insoddisfatti, se le cose ci andavano bene o male.
Eh no, ecchecazzo! – ho pensato – sono venuto via da casa proprio per sfuggire a tutti questi pensieri. Ma se non comincio ad accettare l'idea che le cose non andranno sempre nel verso giusto, non potrò mai apprezzare quando verrano momenti felici.
Beh, questa volta l'ho fatto.
Ho avuto un permesso di soggiorno. Mi ha accolto una famiglia salentina che, pare, non essersi ancora stancata di me. Le mie giornate scorrono felici tra cibo e nuoto. L'unico momento in cui non mi viene offerto del cibo è mentre sono in acqua. Adesso mi hanno portato un paio di giorni nel paese natio dei Negramaro che, probabilmente, non vedrò. Ma poco importa, questa sera qui si esibirà Pippo Franco.
A dimostrazione delle qualità umane che mi contraddistinguono, l'altro giorno ho proposto al fratellino del mio amico una partita a calcio con la playstation. Ho voluto però chiarire subito che non l'avrei lasciato vincere solo perché è piccolo o perché sono ospite. Alla fine del primo tempo vincevo cinque a zero, con il bimbo ammutolito sulla sedia. Dopo di me, un nostro amico ha giocato con il bambino, facendolo vincere. Finalmente sorridente, il piccolo ha esclamato "Ora sono felice!". Ho capito che brutta persona posso essere.
Bene, ora torno a mangiare o nuotare.
Pochi pensieri sparsi. Sono in ferie, finalmente. A Ferrara, ma con la valigia che fa capolino a fianco della poltrona. Il che, considerando le dimensioni di casa mia, vuol dire che fa capolino anche dal letto. O dalla libreria. O dal tavolino. È la solita questione delle prospettive, da che parte decidi di vedere le cose.
Giovedì scorso, con un paio di amici, abbiamo deciso di festeggiare l'ultimo giorno di lavoro andando al concerto delle Au Revoir Simone a Marina di Ravenna. Vi ho mai detto qual è il mio gruppo preferito? Loro, ovviamente. Per via del nome, suppongo.
Loro sono tre ragazze newyorkesi, capelli lunghi e vestitini svolazzanti, aria candida e volto sorridente. Suonano tutte e tre le tastiere elettroniche e una maracas. La maracas più rumorosa che io abbia mai sentito. Ma anche la più fortunata. Le loro canzoni ti fanno venire voglia di passeggiare la domenica mattina a Central park, mangiando muffin al mirtilllo e bevendo caffè di starbucks.
Il concerto è stato altrettanto piacevole, in un piccolo locale sulla spiaggia, le ragazze hanno appoggiato le loro tastiere sopra degli sgabelli e via. Ci hanno pure chiesto, con aria innocente, se avevamo fatto il bagno nell'oceano quel giorno. Veniva voglia di voltarsi verso il mare Adriatico, guardarlo bene e chiedergli "Ti hanno veramente chiamato oceano? Tu? Proprio tu?".
Finito il concerto, le tre grazie sono rimaste nel locale. Abbiamo comprato il loro disco e ci siamo avvicinati per farcelo autografare. Loro sono state adorabili, hanno chiacchierato con noi e ci siamo fatti fotografare insieme. Ci sono quindi delle foto che testimoniano lo stato di rimbecillimento in cui ero caduto a stare in loro compagnia. Una mi ha anche detto qualcosa di cui, francamente, non ho capito dalla prima all'ultima parola. Io continuavo a maledire Fabrizio per aver interrotto il nostro corso di inglese prima che riuscissi a imparare la frase "Mi vuoi sposare? Ora, subito, qui davanti all'oceano". E così mi sono sforzato e gliel'ho detto. Non del matrimonio, ovviamente, ma del fatto che il mio english teacher mi ha abbandonato perché troppo pigro.
Ci sono altri aneddoti carini ma che forse mi costerebbero l'ira di Fabrizio se li raccontassi, così vi dirò soltanto che, a fine serata, abbiamo ballato tutti insieme, noi e le Au revoir Simone.
Ora passo il mio tempo a ripetere, davanti allo specchio, "Will you marry me? Right here, right now, in front of the ocean".
Persone sensibili. Il finale di November rain mi commuove anche quando lo ascolto in midi su Guitar pro.