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venerdì, 25 gennaio 2008

Come la neve

L'ultimo anno era andato veramente di merda. E, tutto sommato, era stato meglio degli ultimi ventitré. Giacomo l'aveva passato quasi interamente nella biblioteca della sua città. Ma non fatevi un'idea sbagliata di lui. Giacomo non aveva toccato nessuno dei libri della biblioteca, né tantomeno uno della sua università.
Giacomo andava in biblioteca per poter stare fuori di casa tutto il giorno.
Odiava quella casa più di ogni altra cosa e avrebbe passato anche tutte le notti fuori se solo avesse avuto un amico a tenergli compagnia. Non che Giacomo non avesse amici, una o due persone con il suo numero di cellulare in rubrica c'erano, ma se quelle erano le persone con cui passare il tempo, Giacomo preferiva rimanere a casa a litigare con il padre mentre la madre puliva i mobili con il legnovivo e spolverava tutti quei maledetti soprammobili sopra i loro centrini.
Giornate tutte uguali. Il padre che si alzava per andare in ufficio, nonostante ormai avesse un'età da pensionamento. Anzi, a onor del vero, era già formalmente in pensione. Gli avevano pure fatto una grande festa; un dirigente di una grande cooperativa che arrivava alla pensione così in forma meritava sicuramente tutti quegli elogi e quei regali. Il padre di Giacomo incassò complimenti e regali e abbracciò tutti, uno ad uno. Ma il giorno dopo era di nuovo lì, formalmente in veste di consulente, in pratica stesso ufficio, stesso lavoro. Semplicemente in casa non avrebbe saputo cosa fare. Si sarebbe dovuto assumere i suoi impegni come padre di un figlio svogliato e magari avrebbe dovuto scambiare due parole con la moglie.
Giornate tutte uguali. La madre che si alzava all'alba perché tanto la sera prima si era addormentata davanti alla televisione ancora prima che iniziasse qualsiasi programma di prima serata. Avrebbe preparato la colazione a tutta la famiglia anche se non l'avrebbe mai consumata insieme a loro, tanto era la sua frenesia di lavare le stoviglie appena sporcate.
Giornate tutte uguali. Finita la prima colazione Giacomo già ringraziava dio di non aver armi da fuoco a portata di mano, altrimenti avrebbe fatto una strage. Caffèlatte, brioche, ramanzina del padre sul suo futuro e predicozzo della madre sul perché non metteva mai la maglia della salute e una camicia sotto il maglione che, "con il freddo di questo periodo era facile ammalarsi".
"Eccheccazzo!".
Amava dire questa parola. Perché sapeva che avrebbe scatenato l'inferno in casa e avrebbe avuto la scusa per sbattere la porta e starsene fuori tutto il giorno.
Tutto il giorno a camminare tra la biblioteca e i bar del quartiere. Sfogliando con indolenza le pagine dello sport dei quotidiani. E quando qualcuno gli rivolgeva la parola, cosa rara comunque, rispondeva seccato e terminava il discorso con un "Per quanto la cosa possa interessarmi".
Perché niente destava più il suo interesse da tanto tempo. L'unica cosa a cui pensava era al suo suicidio. Era una scelta ragionata e programmata da tanto tempo e che finalmente stava per compiersi. Aveva fissato la data per il giorno del suo venticinquesimo compleanno e, ormai, mancava poco.

Venerdì 15 dicembre. Quella mattina Giacomo si svegliò dopo tanto tempo senza pensare che le giornate erano per lui tutte uguali. Fece colazione con i genitori e li guardò attentamente tutto il tempo. Voleva cercare qualcosa in loro. Qualcosa che risvegliasse in lui il desiderio di rimanere su questo mondo. Ma ne ricavò solo gli auguri di compleanno, la promessa di una torta per quella sera e la raccomandazione di vestirsi pesante perché, quel giorno, avrebbe fatto particolarmente freddo.
Uscì di casa senza sbattere la porta, quella mattina, e camminò lentamente verso la biblioteca. Si guardava attorno. Continuava a cercare qualcosa, guardava le persone sperando di trovare in loro uno sguardo nuovo o cercando di capire se gli altri vedevano che quella era, per lui, un giorno diverso. Non trovò né l'uno, né l'altro.
Arrivò in biblioteca e si cercò un posto in disparte dove sedersi. Si era portato carta e penna per scrivere la sua lettera d'addio al mondo. Non l'aveva fatto prima per paura che la madre gliela trovasse, ma l'aveva ben chiara in mente da talmente tanto tempo che non ci avrebbe messo molto a scriverla.
Tutto questo se solo non si fosse intromessa una ragazza sedendosi di fronte a lui e aver scatenato un putiferio nella sala lettura facendo cadere tutti quei pennarelli che si portava dietro.
Giacomo pensò di non aver mai visto una ragazza tanto incasinata come quella. Anche i capelli erano incasinati e la rappresentavano perfettamente. Corti da una parte, lunghi dall'altra e ciocche ribelli che le cadevano sugli occhi cercando di nascondere quel bel viso.
"Mi sa che ho fatto un po' di casino."
"In effetti."
"Ti ho disturbato?"
"No, tento avevo finito."
"Hai detto tento! Che sei, pugliese?"
"Ho detto tanto! Tanto avevo finito! Ecco cos'ho detto."
"Ok... ok... se non ti ricordi più cos'hai detto non è colpa mia. Tento neanch'io avevo voglia di studiare oggi. Mi sa che faccio un disegno dei tetti prima che nevichi. E poi vado a passeggiare sulla neve. Tu che fai? Vieni con me?"
Eccheccazzo – pensò Giacomo. Com'è possibile che tutto questo mi succeda proprio oggi. Poi pensò che quella era solo la sua cazzutissima vita e non un film. E mentre pensava a tutte queste cose, un tipo passò a salutare la ragazza. Giacomo fu preso dal solito sconforto – si sentiva già attaccato nel suo unico spiraglio di luce.
Il ragazzo se ne andò accompagnato dai grandi sorrisi della ragazza che non appena poté torno seria e guardò Giacomo.
"Che rompipalle quello. Allora che fai?"
"No, guarda... oggi... non mi sembra il caso. E poi non nevicherà. Qui non è mai nevicato e non lo farà nemmeno oggi!"
"Come vuoi."
Giacomo si alzò di scatto e rimise le sue cose nello zaino. Salutò la ragazza rapidamente, senza nemmeno guardarla negli occhi e uscì dalla stanza. Salì le scale della biblioteca. Sapeva cosa avrebbe trovato oltre l'ultima rampa di scale e dietro quella porta con la scritta "Divieto d'accesso". Forzò la serratura e l'aprì. Sentì una ventata di aria gelida sul viso. Davanti a lui c'era il balcone dell'edificio. Lo attraversò e poi salì sul tetto. Si guardò intorno, da lì poteva vedere tutta la città. E guardò giù. Si sorprese di non essere spaventato dal gesto che stava per compiere e di non provare nemmeno quelle emozioni che si era immaginato da tanto tempo. Nessun pensiero passava per la sua testa. Più cercava di pensare a tutti i motivi che l'avevano portato su quel tetto, meno trovava una risposta a tutto quello.
Alzò lo sguardo e sopra di lui il cielo si era fatto completamente bianco. Sentì qualcosa sulla faccia. Nevicava. Prima piccoli fiocchi, quasi invisibili, poi sempre più grossi e fitti. E si sentì qualcosa dentro. Cercò di negarsi quella sensazione, di non ammettere quello che stava provando, poi si rassegnò e si lasciò trasportare.
Giacomo stava in cima ad un tetto, sotto la neve, ed era felice.
Torno dalla ragazza e le sorrise. "Ora nevica! Ce lo facciamo questo giro?"
"Certo! Tento avevo finito!"
postato da: simcam alle ore gennaio 25, 2008 17:17 | link | commenti (1)
categorie: come la neve