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Come faccio a spiegare che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando? (cit.)

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martedì, 16 gennaio 2007

Non mi fissare così. Perché continui a sgridarmi? Non vedi che sto guardando la partita di pallone? Smettila di aprire e chiudere la bocca, tanto io non ti posso sentire. Per me c'è solo la partita di pallone in televisione. Solo il pallone in televisione. Solo il pallone. Non c'è più il televisore. Ora c'è un grande prato verde e migliaia di persone che gridano. Che freddo che fa con questi pantaloncini corti. E adesso perché mi guardate tutti? E perché quel pallone sta rotolando verso di me? Guarda quello lì con la faccia cattiva come corre verso di me. Sembra Materazzi. Anzi, è Materazzi. Se continua a correre in quel modo non potrà evitarmi. Ma non sembra che voglia evitarmi. Peccato essere così spaventato, altrimenti potrei passare questo pallone a quella cosa rossa e nera che mi sta passando accanto e che continua a gridarmi "Svelto qua!". Somiglia un sacco a Seedorf, adesso che lo guardo meglio. Vorrei passartelo questo pallone, veramente. Lo vorrei tanto. Ma gli occhi indemoniati di Materazzi mi hanno paralizzato. Lo vedi che il mio piede non si muove? Uh... si sta muovendo. Ecco caro ragazzo, tieniti il pallone, basta che fai fermare quel treno che mi si sta schiantando contro. Troppo tardi. Ora sto rotolando su quest'erbetta bagnata. Sento freddo e sento male. Ma non in questo ordine. E sento come un milione di zoccoli corrermi accanto. C'è un ragazzino che mi invita ad alzarmi e tornare nella mia posizione. Vedi, non per contraddire la tua bella voce da fado, ma in questo momento, io non so neanche se le mie gambe sono ancora attaccate al corpo. Un tizio uguale a Gattuso mi fa lo stesso invito, solo un po' più violento e tirandomi su per il colletto della maglia. In realtà mi trascina per qualche metro prima che le mie gambe si riattacchino al resto del corpo e prendano la loro solita posizione. Sembro quei vitellini che si alzano in piedi per la prima volta da quando sono venuti al mondo. Ma ora sono in piedi. E sono con voi, ragazzi. Sono pronto a seguirvi ovunque. Solo che non so dove andare. Per un po' seguo il gioco tenendomi a distanza di sicurezza, ma sento le grida dell'uomo in cappotto che mi invita gentilmente ad entrare nell'azione. Non sono sicuro che conosca veramente le mie capacità altrimenti mi farebbe arretrare fino a dietro la linea della nostra porta. Fatto sta che non ho più voglia di sentirlo urlare. Comincio a trotterellare verso la porta, attento soprattutto a non infastidire quelli vestiti come me e ad evitare quelli che cercano di sbattermi per terra. Decido di defilarmi verso la sinistra, con la convinzione che il mio piede sinistro sia sempre stato più portato allo sport di quello destro. E poi perché l'azione sembra spostarsi dalla parte opposta. Almeno sino ad un secondo fa, perché adesso il ragazzino con il numero ventidue ha deciso di portare la palla verso il centro dell'area. Quanto è bravo, non riesco a capire perché gli avversari continuino ad accanirsi sulle sue caviglie. Quello ha la palla incollata al piede, cari miei. E sono sicuro che adesso vi farà un gran gol. Dammi retta, numero ventidue, tira. Non fare quello che credo tu stia per fare. Non è il caso di passarmi il pallone, non sono ancora caldo. Forse non stai considerando il fatto che qualche minuto fa ero seduto su una poltrona. Non lo stai considerando, vero? Ecco perché la palla mi sta arrivando veloce. Troppo veloce, hai per caso deciso di uccidermi? O di farmi uccidere da quei bestioni che mi stanno correndo addosso? Beh signori, quello che ho appena eseguito è un signor stop di petto, tralasciando il fatto che mi ha tolto il fiato perché mi ha preso allo stomaco. Ma non è il momento di starsene fermi, se non altro perché ho paura di essere travolto ancora una volta. Cerco uno spiraglio libero in cui infilarmi per potermi liberare il prima possibile di questa palla pericolosa. Tutta questa gente intorno sembra credere che io stia facendo qualcosa di buono e intelligente perché continua ad incitarmi a gran voce. Eccoti numero ventidue, ho deciso di ridarti questa bella gatta da pelare. Questo pallone era tuo ed ora arrangiati. A te la fama e la gloria. A me le gambe ancora attaccate al resto del corpo.
E no! Ma perché fai così? Perché vuoi triangolare? Mi hai forse visto scattare verso la porta? Mi hai visto alzare la mano e reclamare il pallone? Perché mi vuoi far tirare? Ma tu sai chi sono io? Sono quello che una volta, correndo verso il pallone, ci inciampò sopra e cadde come un sacco di patate. Non incitarmi a tirare. Non avere fiducia in me. Aiutami a fermare la mia gamba sinistra che sta pensando di tirare al volo. Che gamba senza criterio, vanesia e sempre alla ricerca di quella gloria e di quel talento che non l'hanno mai nemmeno sfiorata. Te ne pentirai, te lo dico io. Sento il collo del piede colpire il pallone. Lo sento deformarsi all'impatto. Il piede ovviamente. E vedo il pallone schizzare via mentre migliaia di persone, più ventuno giocatori, lo seguono con lo sguardo. Solo io chiudo gli occhi.
Non mi fissate così. Perché continuate a sgridarmi?
postato da: simcam alle ore gennaio 16, 2007 12:48 | link | commenti (3)
categorie: racconti, the best of, il derby