Il dilemma.
Ci arrampicammo su per la montagna. Piante e arbusti coprivano completamente il vecchio sentiero dove si riconoscevano a malapena alcune mie orme lasciate qualche tempo prima. Il medico che mi seguiva, seppure più giovane di me di parecchi anni, respirava a fatica e si lamentava continuamente del sentiero impervio. Continuava a rinfacciarmi la follia di questa impresa e di non avermi chiesto più soldi per l'avermi accompagnato.
In un'altra occasione l'avrei pestato a sangue e strangolato con il suo stesso stetoscopio, ma ora avevo più che mai bisogno del suo aiuto, così gli allungavo la mano ogni volta che inciampava per il sentiero e portavo il suo zaino quando vedevo la fatica diventargli insostenibile.
Non mi era facile ritrovare la strada, la pioggia del giorno prima aveva confuso i segnali che avevo lasciato in precedenza; qualche pezzo di stoffa legato ad un ramo mi rassicurava di tanto in tanto, ma a volte passavano anche ore prima di ritrovarne un altro. Ovviamente dovevo dire al mio compagno di viaggio che sapevo benissimo da che parte stavamo andando e che saremmo arrivati di lì a poco. In realtà sarebbe arrivato in breve tempo il momento in cui avrei dovuto usare la forza per costringerlo ad andare avanti.
«È da stamattina che camminiamo! Tra poco verrà buio, è una follia continuare!», mi gridò, piantando i piedi a terra come un bambino.
«Siamo quasi arrivati, non possiamo fermarci proprio ora».
«Me l'ha già ripetuto troppe volte! Se continuiamo così finiremo per ammazzarci, proprio come probabilmente sarà già...». C'erano due o tre tasti che quell'imbecille non avrebbe dovuto toccare per non farmi perdere la pazienza, e lui li stava premendo bene bene come neanche un bravo pianista sarebbe riuscito a fare.
Gli presi la testa e gliela infilai tra le ortiche. Solo quando cominciò a piangere dal dolore lo tirai fuori da lì. Gli bagnai la faccia e gli rispiegai la situazione.
Io dovevo portarlo là in cima. Avevo bisogno di lui e nessun altro poteva accompagnarmi. Nessun altro doveva sapere da dove venivo, sebbene in molti, giù in paese, mi avevano guardato strano quando arrivai, completamente distrutto, nel cuore della notte. Il giovane dottore smidollato era la mia unica speranza di mantenere la promessa fatta e ogni minuto che passava poteva rendere inutile tutta quella fatica.
A quel punto il dottore capì che non ero un tipo predisposto alla trattativa e smise di chiedermi delle pause o più soldi, ma cominciò ad ansimare rumorosamente, come per farmi intendere tutto il suo disappunto.
Quando la luce fu ormai troppo poca per continuare, ci fermammo in una piccola radura. Mangiammo qualcosa e il dottore si addormentò quasi subito. Gli legai la caviglia al mio polso e cercai di dormire.
Siamo nascosti qui da due giorni. Abbiamo ridotto i movimenti al minimo per non farci vedere. D'altra parte ci sarebbe quasi impossibile muoverci liberamente sulla cime di questo dirupo. Controlliamo ogni movimento che avviene nella villa più in basso. Lui mi sta affianco e annota ogni parola. Sappiamo cosa fanno e a che ora la fanno. Sappiamo che sta per arrivare e che batteranno la zona con gli elicotteri. Ma noi saremo come fantasmi e non sapranno mai niente di noi.
Sento il terreno cedere di sotto. Scivolo giù per alcuni metri ma riesco ad aggrapparmi a delle rocce. Lui non lo riesco a vedere. Mi sporgo di sotto e lo vedo più in basso. È in una posizione innaturale, come un burattino gettato a terra. Gli dico di tenere duro.
Sentii il filo legato al polso tirare. Diedi uno strattone e l'uomo cascò per terra, cominciando a imprecare contro di me. Gli dissi che ora sapevo da che parte andare e che saremmo arrivati tra poco.
Camminammo ancora un paio di ore. Non mancava più molto, ma la strada era impervia e la salita ci rallentava. A pochi metri metri dalla cima ritrovai il suo corpo. Si era spostato per cercare riparo ma alla fine non ce l'aveva fatta. Il mio compagno, l'unico amico che avessi potuto avere con questo lavoro del cazzo, era morto.
Cominciai a piangere, seduto su una roccia. Non ero riuscito a mantenere la promessa.
«Ho fatto tutto il possibile, lo capisci? Ho dovuto scegliere tra aiutare il mio compagno o portare a termine la missione. E non sono riuscito in nessuna delle due!».
Il giovane dottore si chinò sul corpo senza vita del mio compagno.
«Anche se fossimo arrivati ieri non ci sarebbe stato niente da fare. Le ferite erano troppo gravi. Ma di che missione sta parlando?»
Gli indicai la valle sotto di noi.
«La villa del presidente! Volevate uccidere il presidente?".
Raccolsi le ultime forze per prendere la pistola dallo zaino e gli sparai. Era tempo di andare.