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Come faccio a spiegare che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando? (cit.)

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mercoledì, 13 maggio 2009

Dal concorso ilmiolibro.it, una favola partendo dall'incipit scritto da Paola Mastrocola.

Nel giardino delle meraviglie

“Siccome avevo preso un altro brutto voto, mio padre mi disse:
- Va bene, allora oggi verrai con me a lavorare. Così vedrai come si fatica!
Mio padre faceva il giardiniere, e andava in giro per i giardini altrui. Andava a potar piante, rastrellare foglie e tagliare erba col suo potente tagliaerba.
Quel giorno doveva occuparsi niente meno del giardino dei terribili Lorchitruci.
I Lorchitruci erano la famiglia più ricca e potente della collina. A me facevano paura due cose di loro: il nome, perché mi veniva da pensare a degli orchi molto truci; e il giardino, appunto, perché era chiuso da una muraglia gigantesca dietro la quale chissà che cosa mai si nascondeva.”

Arrivati davanti al cancello, chiesi a mio padre perché non suonassimo il campanello.
“I Lorchitruci non hanno il campanello, non vogliono essere disturbati.”
“E come fanno a sapere che siamo qui?”
“Se ne accorgeranno da lui…”, mio padre non fece in tempo a finire la frase che, da dietro un cespuglio, saltò fuori un grosso cane dal pelo scuro e lunghi denti affilati. Abbaiava talmente forte che mi spettinava la frangetta dei capelli.
Dal fondo del sentiero un uomo si avvicinò a noi. Aveva un vestito elegante sotto ad un grembiule simile a quello di mio padre e ai piedi due grossi stivali di gomma.
“Cerbero! Chi c’è là fuori?” Chi ci disturba?”
“Signor Lorchitruci, sono il giardiniere”.
Il signor Lorchitruci arrivò fino al cancello e prese dalla tasca del grembiule una polpetta e la gettò al cane. Cerbero si dimenticò immediatamente di noi per dedicarsi alla sua polpetta.
L’uomo mi scrutò dalla testa ai piedi e poi chiese a mio padre se non fossi troppo piccolo per essere un giardiniere.
“È mio figlio, oggi mi aiuterà nel lavoro.”
“Non mi piacciono i bambini. Sanno solo lamentarsi.”
Aprì il pesante cancello e si raccomandò di svolgere solo il lavoro prestabilito e di non avvicinarsi né alla casa, né alla serra.
“Soprattutto tu! Voi bambini siete troppo curiosi.”
Mio padre lo rassicurò ancora una volta che non avrei fatto altro che togliere le erbacce.
Infatti strappai erbacce per tutto il pomeriggio. Poi cedetti alla tentazione di dare una sbirciatina alla misteriosa serra.
Mi precipitai furtivamente e appoggiando la faccia al vetro rimasi senza fiato. Enormi ninfee galleggiavano in uno stagno mentre tutt’attorno una distesa di fiori e piante colorate incorniciavano una faccia di pietra dalla cui bocca zampillava acqua.
Ad un tratto comparve il signor Lorchitruci che attraversò lo stagno camminando sopra le ninfee. Devono essere proprio robuste per reggere un uomo così grosso! – pensai.
Arrivato vicino alla fontana, Lorchitruci accarezzò un bocciolo grande quanto un pallone da calcio.
“Ecco! È il momento!” gli sentì dire con trepidazione mentre si schiudeva nelle sue mani uno stupendo fiore bianco.
“Incredibile! Non ho mai visto un fiore così grande!” – pensai e dissi ad alta voce senza rendermene conto.
Il signor Lorchitruci si voltò di scatto e accorgendosi della mia presenza prese ad inseguirmi, minacciando una punizione esemplare.
Trovai mio padre e mi nascosi dietro di lui.
“Suo figlio! – gridò ansimando – Ha messo il naso dove non doveva!”
“L’hai fatto veramente?” chiese mio padre.
Annuì timidamente con la testa.
Fui costretto a scusarmi con quell’uomo burbero e tremendo, e a casa, per punizione, dovetti lavare i piatti.
Ma quella serra? Perché Lorchitruci la teneva nascosta? Ed il fiore? Non ne avevo mai visto uno così.
Dovevo assolutamente saperne di più!
Quella notte decisi di tornare nel giardino. Aspettai che i miei genitori si addormentassero e uscii di nascosto.
Arrivato al cancello della casa dei Lorchitruci, presi dalla tasca alcune polpette che avevo rubato a casa.
“Ehi… Cerbero! Vieni presto, ho qualcosa per te!”
Dal cespuglio sbucò fuori Cerbero. Che paura! Nel buio della notte era ancora più spaventoso e le sue zanne rispendevano come lame.
Gli gettai alcune polpette.
Cerbero cominciò a mangiarle con avidità. “Sono quelle della mamma! Queste sì che sono buone!”
Gliene gettai ancora per essere sicuro di tenerlo impegnato un bel po’, poi scavalcai il muro.
In mezzo al giardino la serra risplendeva. Mi avvicinai controllando che nessuno fosse nei paraggi.
Anche se ero un po’ intimorito, salii su una ninfa talmente grande che potevo usarla come barca.
Attraversai lo stagno e mi avvicinai al fiore che avevo visto la mattina.
Stava accadendo qualcosa di incredibile: quell’enorme fiore si richiuse su stesso per poi dischiudersi poco dopo con i petali e la corolla rovesciati e cambiando gradualmente colore,diventò di un bel rosso vermiglio.
Ero incredulo e curioso di capire cosa stesse succedendo che allungai una mano per toccarlo.
“Fermo! Non lo fare!”
Mi voltai spaventato. Il signor Lorchitruci, fisso all’entrata della serra, mi impietrì con uno sguardo.
“Non toccarlo o lo ucciderai!”
“Ma non può morire… ” dissi con un filo di voce.
“Sciocco! Tu non conosci per niente i fiori.”
Lorchitruci saltando da una ninfa all’altra venne verso di me.
“Non bisogna toccarlo durante la sua mutazione!”
“Quale mutazione?”
“Da femmina a maschio. È una specie di miracolo e tu stavi per distruggere la mia famiglia!”
Mi guardai intorno ma non c’era nessuno. “Dov’è la famiglia Lochitruci?” domandai perplesso.
Vidi l’uomo abbassare lo sguardo, ora non sembrava più così cattivo.
“Non c’è nessuna famiglia Lorchitruci. Ci siamo solo io ed i miei fiori. Per questo ne sono geloso. Sono talmente fragili, la loro bellezza dura un giorno e bisogna goderne in quell’istante, perché domani non saranno più così.”
“Ma se la gente sapesse che esistono queste meraviglie sono sicuro che amerebbe lei e i suoi fiori. Come può essere felice se non condivide tutto questo con altre persone?”
“Dici?” mi chiese Lorchitruci.
“Ne sono sicuro!” risposi.
Lorchitruci ci pensò un po’ e poi mi sorrise.
Salii sulla ninfa e navigai fino all’uscita della serra. Mi voltai verso il signor Lorchitruci che con il braccio alzato mi salutava.
“A domani, signor Lorchitruci!”
postato da: simcam alle ore maggio 13, 2009 10:38 | link | commenti (3)
categorie: racconti, nel giardino delle meraviglie
venerdì, 21 novembre 2008

Homo Homini Lupus

"Me ne dai un altro? Giusto per chiudere degnamente questa giornata di merda", disse l'uomo seduto davanti al bancone allungando la mano con il bicchiere verso il barista.
"Hai detto la stessa cosa dieci minuti fa. E dieci prima ancora. La vedi quella cosa rotonda sopra la mia testa? È un orologio. E quando la lancetta più piccola punta così verso l'alto non lo fa perché si è eccitata vedendo il tuo brutto muso ma perché mi indica dove sta la mia camera da letto, proprio qua sopra. Ora ti darò un altro bicchiere e questo lo offre la casa, ma poi ti alzerai e te ne andrai via dritto filato, ok?".
"Ok Peter, prometto che è l'ultimo".

Peter era un uomo tarchiato e basso, sui quarant'anni, di cui più della metà passati dietro quel bancone e aveva passato da tempo il periodo in cui rimaneva aperto fino a tardi per consolare ogni povero cristo che si infilava nel suo bar, vogliosi di bere per dimenticare i loro problemi e di raccontare per ricordarli.
Problemi che avevano quasi tutti gambe lunghe.
L'uomo bevve il suo bicchiere tutto d'un sorso e posò il bicchiere troppo forte, guadagnandosi un'occhiataccia da Peter. Aprì il portafogli e cominciò a guardare le banconote cercando di distinguerne scritte e colori.
"Facciamo che mi dai due di queste e andiamo a pari – disse Peter estraendo due banconote – Ed ora esci che devo chiudere”.
L'uomo se ne andò barcollando, accompagnato da Peter che non vedeva l'ora di chiudere a chiave la porta e non vedere più anima viva per almeno dodici ore. Stava per dare un doppio colpo di mandata alla porta quando vide, illuminato solo dalla luce della luna piena, un uomo alto e magro che, dietro i cassonetti, rovistava in cerca di qualcosa.
Peter rimase a fissarlo per qualche minuto, colpito da quell’uomo praticamente nudo. Nudità che ne facevano risaltare l'aspetto magro e scavato, mentre i capelli lunghi gli scendevano fino alle spalle. Tutto questo avrebbe fatto sembrare un barbone disperato chiunque si fosse trovato in quelle condizioni, ma non lui. Non era per niente sporco e i suoi movimenti erano comunque eleganti, seppur trasparisse imbarazzo e timore che qualcuno lo notasse mentre rovistava nell'immondizia.
"Che stai facendo?" chiese Peter avvicinandosi a lui.
L'uomo si spaventò voltandosi di scatto. Peter rimase sorpreso dalla giovane età dell'uomo o, sarebbe meglio dire, del ragazzo, visto che non gli avrebbe dato più venticinque anni, nonostante una barba incolta copriva parte di quel volto pallido.
"Non sembri un barbone... che stai cercando?"
"Infatti non lo sono. Mi... hanno derubato, cercavo dei vestiti" rispose il ragazzo.
"Non è una zona in cui accadono questo genere di cose... dove sarebbe successo?"
Il ragazzo allungò il braccio e indicò il parco.
"Dentro il parco? E che ci facevi dentro il parco a quest'ora?"
 Il ragazzo non rispose e tornò a rovistare nei cassonetti cercando di tirarne fuori una coperta, o almeno quello che ne rimaneva.
“E smettila di toccare quello schifo, vuoi farmi venire il vomito? Vieni dentro al bar, ti darò qualcosa per coprirti e potresti telefonare alla polizia…”
Peter guardò bene la reazione del ragazzo alla parola “polizia”, sicuro che gli stesse nascondendo qualcosa.
Il ragazzo prese la coperta e se l’avvolse attorno alle spalle.
“A questo punto è inutile chiamare la polizia. Era buio, non sono riuscito a vedere nulla”.
“Beh… almeno entra, bevi qualcosa e poi te ne vai”.
Questa volta il ragazzo accettò l’invito, guardando attentamente che nessuno fosse nelle vicinanze.
Una volta che il ragazzo entrò nel bar, anche Peter osservò che nessuno fosse lì vicino.

“Bevi questo. Ti riscalderà” disse Peter versando del whisky in un bicchiere.
Il ragazzo prese il bicchiere e cominciò a berlo a piccoli sorsi.
“E così ti hanno derubato dentro il parco?”
Il ragazzo annuì con la testa senza smettere di bere.
“Ti avranno ferito…?”, chiese Peter stringendo leggermente gli occhi, come un giocatore di poker che vuole decifrare ogni più piccolo dettaglio dalla faccia del rivale.
“No, perché?”
“Perché hai delle macchie di sangue su quello che resta dei tuoi pantaloni. O è tuo oppure li avrai feriti tu… non sei d’accordo?”
“Come le ho detto non ricordo nulla” disse il ragazzo appoggiando il bicchiere sul bancone.
Peter gli riempì nuovamente il bicchiere, nonostante non fosse ancora finito.
“Oramai non ci si può più fidare di nessuno. Esci a fare due passi, magari stai portando fuori il tuo cane lupo per fargli fare i suoi bisogni…”
“Come dice?” interruppe il ragazzo sgranando gli occhi.
“Che magari stavi portando il tuo cane a fare pipì. Ho detto così.”
“No. Sì… sì è andata così. Stavo portando fuori il cane e probabilmente mi avranno colpito da dietro, perché non ricordo più nulla”.
“Ora speriamo che il tuo cane non morda nessuno… sarebbe un peccato se domani mattina qualcuno si trovasse con delle ferite di cane. Se non peggio…”
Il ragazzo si strinse nella coperta, imbarazzato dalle domande e dagli occhi del barista.
Peter allungò il bicchiere verso il ragazzo, invitandolo a bere ancora, poi si diresse verso la porta. Il ragazzo lo osservò attentamente, mentre i suoi occhi ormai non riuscivano più a nascondere l’inquietudine che quell’uomo gli provocava.
“Sono in notti come queste che accadono le cose peggiori… non trovi?” disse Peter chiudendo la porta d’ingresso a chiave.
“Perché dice?” rispose il ragazzo con la voce tremante.
“Perché c’è la luna piena. Ed è in notti come questa che a certa gente spuntano strane voglie. Insieme ad artigli e a peli sulla schiena. Dico bene?”
“Non la sto più seguendo…”
“Sì che sai di cosa parlo, non è vero? Ho notato subito certi piccoli dettagli… gli occhi gialli, le unghie ancora lunghe, per di più sporche di sangue”.
Il ragazzo cercò di nascondere le mani dentro la coperta.
“Ma non ti preoccupare, il tuo segreto è al sicuro con me. Ognuno ha i suoi ‘piccoli’ segreti. Non sei d’accordo con me?”
“Credo di sì”.
“E allora lascia che mi avvicini a te… non mi hai ancora detto il tuo nome…” disse Peter il vampiro, camminando verso il ragazzo, mentre un paio di canini spuntarono tra le sue labbra.
postato da: simcam alle ore novembre 21, 2008 16:16 | link | commenti (2)
categorie: racconti, homo homini lupus
martedì, 22 luglio 2008

"We're Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band,
We hope you will enjoy the show,
We're Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band,
Sit back and let the evening go."

(The Beatles, Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band)

"And although its always crowded,
You still can find some room.
Where broken hearted lovers
Do cry away their gloom."

(Elvis Presley, Heartbreak Hotel)

Il martello mi colpisce dritto sulla testa, sfondandomi il cappello a cilindro e facendomi finire a gambe all'aria. Steso lì per terra posso quasi vederti, lassù, nascosta nella penombra.
Vengo calpestato da un'oca, una scimmia e un elefante. Non mi fanno male, se ve lo state chiedendo. Quelle bestie hanno più tatto di molti cristiani di mia conoscenza. Ma ai bambini piace vedermi contorcere dal dolore e dalla paura.
Ora mi alzo e mi sistemo il cappello, ma è bucato e continua a cadermi sul viso. Sento gli zoccoli di un cavallo, mi sta per piombare addosso. Alzo le braccia e l'uomo sul cavallo mi afferra, sistemandomi dietro di sé, schiena contro schiena. Grido di paura mentre afferro la coda del cavallo per non cadere. È finzione. Saprei cavalcare anche in piedi se solo voi lo voleste. Ma voi non volete questo da me.
Attaccato lì, ho giusto il tempo di alzare lo sguardo per qualche attimo e vederti ancora, attraverso il buco del cappello. Tu stai lassù, in attesa del tuo momento, e mi starai guardando soddisfatta del lavoro che sto facendo.
Ora il cavaliere mi prende e mi lascia al centro della pista. In realtà mi lancia, ma io so come non farmi male. Proprio come mi hai detto tu una volta. «Sono sicuro che ti risolleverai, perché tu sai cadere senza farti male».
L'occhio di bue mi inquadra. Mi tolgo il cappello dalla testa e allargo le braccia. Eccomi, sono qui, guardatemi tutti e rimanete in silenzio, mentre io vi presenterò i nostri artisti migliori.
Guardate questa donna, vedete come piange? È la donna più buona del mondo e vuole bene a tutti. E per questo piange sempre, ininterrottamente, poiché sa che, prima o poi, moriremo tutti e la lasceremo sola. A meno che non muoia prima lei. Ma questa cosa non la consola.
E i gemelli siamesi li vedete? Due teste nello stesso corpo. Ed entrambi amano la stessa donna. Ma lei ama solo quello di destra e quello di sinistra è costretto a vedere mentre loro si baciano. E quando fa l'amore con lei, sa bene che lei lo sta facendo con l'altro.
Ed ora guardate la domatrice innamorata della sua tigre. Considera quella bestia come suo marito da quando si è mangiata suo... marito.
L'uomo con la cicatrice più grande del mondo. Togliti la camicia e mostrala a tutti. Un giorno cercò di strapparsi il cuore per non soffrire più, e per poco non ci riuscì. Per fortuna lo fermarono in tempo. Dovettero ricucirlo tre volte perché continuava a togliersi i punti, finché non usarono il filo più resistente del mondo.
Dietro di lui, la donna che guarda sempre verso est. È da lì che se ne andò l'unica persona che abbia mai amato, e da allora continua a guardare da quella parte, in attesa del suo ritorno.
Guardateci tutti e fateci sentire il vostro applauso. Vogliamo solo sentirci apprezzati.
Tra poco entrerà lui e ti presenterà come la stella dello spettacolo. Volerai sopra di noi e ci lascerai a bocca aperta ad ammirarti. Lo odierò per come pronuncerà il tuo nome e odierò te per come lo guarderai. Odierò quando mi dirai che è così e che mi risolleverò.
Ma ora sono al centro della pista; sono il sole e tutto mi gira attorno, come un sogno bellissimo.
Sono accecato dai flash, mentre le lacrime vere si mischiano a quelle disegnate.
Gente, io ho finito. Ora vado.
postato da: simcam alle ore luglio 22, 2008 12:03 | link | commenti
categorie: racconti
venerdì, 13 giugno 2008

Fino in fondo

Dlin dlon.
Suonò il campanello della reception una prima volta senza ottenere risposta. Questo sarebbe stato sufficiente a rovinargli l'intera giornata. Riflettendo su questa sensazione, pensò che nessuno poteva rovinargli la giornata senza pagarne le conseguenze per i prossimi dieci anni.
Dlin dlon, dlin dlon, dlin dlon, dlin dlon...
Un giovane portiere arrivò di corsa, ancora intento a sistemarsi i pantaloni.
"Chiedo scusa, aveva bisogno?".
"No! Volevo solo farti sentire quanto sono bravo a suonare questo coso. Non lo avevi capito?".
"Le chiedo scusa, ero...".
"Se permetti rinuncio volentieri alla tua storia. È possibile parlare con Gustave o con chiunque conosca un po' di educazione in questo albergo?".
"Tommaso Rinaldi! – disse ad alta voce un elegante signore di mezza età, accogliendo a braccia aperte il cliente – È un onore riaverla a Parigi".
"Gustave! Non sapevo che volessi far fallire il tuo albergo assumendo scimmie da circo".
"Che ci vuoi fare? Durante il Roland Garros pare impossibile trovare personale per coprire tutte le richieste. Solita stanza, vero?".

Roland Garros. Parigi era pronta ad accogliere le schiere di appassionati del grande tennis nel migliore dei modi. Anche il clima pareva volesse partecipare per rendere tutto perfetto, rendendo l'aria tiepida e profumata. I più romantici avrebbero descritto quell'atmosfera come "il luogo e il momento ideale per innamorarsi". Così l'avrebbe descritta Youlia Janovic, giovane promessa del tennis mondiale, appena scesa all'aeroporto De Gaulle, se solo avesse trovato le parole per esprimere questa sua sensazione. Ultimamente però non le era data l'opportunità di godersi i piaceri della sua età, troppo impegnata a correre di città in città, tra una riga e l'altra di un campo da tennis.
Chi era insensibile invece a queste sensazioni, era senz'altro Tommaso Rinaldi, la sarcastica penna della prestigiosa rivista Tennis Internazionale. I suoi editoriali erano sempre attesi con trepidazione da tutti gli appassionati di questo sport, e con paura dagli addetti ai lavori, preoccupati di ritrovarsi citati nei suoi articoli mai particolarmente positivi ma, purtroppo per loro, spesso sinceri. Era questa la caratteristica che aveva reso famoso Rinaldi.
Non fu il tennis giocato a farlo emergere. Dotato di una tecnica elegante, il tennista Rinaldi non riuscì mai a superare il suo unico limite, la tenuta mentale, tanto da essere soprannominato braccino dagli amici, sciolta da tutti gli altri. A questo punto della sua carriera giornalistica comunque, nessuno di loro avrebbe mai rivelato questo segreto neanche sotto tortura, troppo spaventati dall'idea di finire sulla graticola del prossimo numero di Tennis Internazionale.

Proprio l'ultimo numero della rivista, uscito pochi giorni prima dell'inizio del torneo, suscitò grande clamore per come Tommaso Rinaldi aveva apostrofato la grande stella del tennis femminile mondiale. "Pittoresca e volgare, Jasmine Stubbs sembra stendere le sue rivali più con la volgarità che con i suoi potenti colpi, degni comunque del martello di un metalmeccanico. Lavoro per altro consigliato dagli astri il giorno della sua nascita. I suoi urletti orgasmici, il vezzo di alzarsi il gonnellino e l'abitudine di scendere in campo truccata, la fanno assomigliare ad una peripatetica a zonzo per il campo da tennis".
Capirete che apostrofare prostituta la nuova numero uno del tennis, provocò nell'ambiente un terremoto paragonabile soltanto a quello di un paio d'anni prima, quando lo stesso Rinaldi commentò la vittoria a Wimbledon dello spagnolo Lopez descrivendolo come "lo zappatore che distrussè il giardino della regina". Questa volta, in molti pensarono che Rinaldi si fosse spinto troppo oltre, ma dovettero ammettere che l'interesse per il tennis era aumentato, anche per merito di quel giovane giornalista dalla penna affilata.
L'entourage della Stubbs arrivò comunque battagliero alla conferenza stampa, annunciando querele per diffamazione e, soprattutto, un nuovo look per la numero uno del mondo. "Vorrà esibirsi al Moulin Rouge" – fu la replica di Rinaldi, intervistato da un giornale locale.

Camminava per le vie dell'impianto tennistico, Tommaso Rinaldi, assaporando il gusto della fama. Sentiva gli sguardi della folla, li vedeva parlare e sorridere nel raccontare di aver visto il "terribile" Rinaldi.
L'uomo che tutti temevano aveva dimenticato le sue fragilità ed ora poteva godersi la vita che aveva sempre immaginato, malgrado non avesse mai pensato seriamente a che vita avrebbe veramente voluto.
Tommaso Rinaldi si sedette ad un tavolino della terrazza vip; da lì poteva vedere tutti i campi, mentre i tennisti erano già in azione per il primo turno. Proprio sotto la terrazza stava giocando la giovane Youlia Janovic. Ne aveva sentito parlare bene, e proprio per questo pensava a lei come ad un prossimo bersaglio per la sua rubrica. Francamente trovava queste nuove leve dell'est europeo tutte uguali, nel gioco e nella vita. La guardò giocare, cercando di individuarne qualche difetto o caratteristica irritante ma fu sorpreso nel trovarla sorprendentemente graziosa, elegante nel suo modo di arrabbiarsi per una palla sbagliata ed emozionarsi invece per un colpo riuscito. Rinaldi si ritrovò ad ammirare quella ragazza che stringeva quegli occhi così diffidenti, persa nei suoi pensieri mentre decine di tifosi l’acclamavano dopo la vittoria. Come avrebbe potuto Rinaldi parlarne male?
Si affacciò dalla terrazza per poterla vedere fino all'ultimo secondo, mentre lei rientrava negli spogliatoi.
"Sbaglio o quello è uno sguardo di ammirazione? Pensavo che Tommaso Rinaldi non potesse trovare aspetti positivi in qualcosa. O addirittura in qualcuno" disse un ragazzo dalla folta chioma bionda, avvicinandosi a Rinaldi.
"Andrea Carraro? Non mi dire che hai superato le qualificazioni?"
"Ovviamente no, ma potevo perdermi le più belle feste dell'anno? Cosa vuoi che ti dica, amico mio, ne è passato di tempo da quando eravamo due promesse del tennis. Io provo ancora ad arrangiarmi sui campi, ma vedo che tu hai sbancato in fretta. Niente male per uno che chiamavamo braccino e... lo sai come ti chiamavamo anche? Beh, comunque credo proprio che prima o poi seguirò il tuo esempio. Forse hai ragione tu, la cattiveria paga. Sono sicuro che qualcuno potrebbe addirittura darmi dei soldi per farmi scrivere la vera storia del terribile Rinaldi".
"Già. Magari qualcuno potrebbe anche interessarsi a te. Prima o poi. Non ti rimane che imparare l'ortografia e sei a posto".
"Non perdi mai il gusto alla battuta?".
"Non lo era. Ma quando ne farò una, te lo dirò. Così capirai la differenza".
"O magari saranno interessati a sapere che il terribile Rinaldi si è squagliato per una giovane tennista dell'est..."

Youlia Janovic passò il resto della mattina tra conferenze stampe e incontri con gli sponsor. Non era brava in queste situazioni e veniva sempre rimproverata per questo. Spesso rispondeva svogliatamente alle domande o interrompeva le frasi a metà, disturbata dalle ovvietà e dalla sensazione di perdere tempo prezioso. Ma così era la sua vita e le sembrava impossibile poterne uscire. Il pubblicò però voleva una nuova stellina da acclamare e da buttare contro la volgarità della fortissima Stubbs, e non apprezzava quei lunghi silenzi, tanto che qualcuno mormorò che forse la ragazza fosse sì brava e bella, ma anche poco intelligente.
E si sa che le voci, soprattutto quelle cattive, passano veloci di bocca in bocca, arrivando fino alla giovane Youlia, per niente pronta a sopportare anche questo. Così se ne scappò via, decisa a lasciar perdere tutto, anche il tennis, se comportava questo. Camminò tutto il giorno per le strade di Parigi, meravigliata da tutto e da tutti, finalmente felice.
"Pensavo che le giovani promesse del tennis non lasciassero mai il campo da tennis" le disse qualcuno alle sue spalle.
Youlia si voltò di scatto, preoccupata come fosse stata sorpresa a rubare.
"Tu sei quello del giornale, vero? Quello che ha detto quella cosa... Mi ha fatto ridere, sai? Anche io pensavo la stessa cosa. A dire il vero lo pensavamo tutti! Come fai a essere sempre così acido però?".
"Mi basta raccontare la verità. Di solito è facile trovare qualcosa di brutto".
"Perché per il bello bisogna cercare".
Rinaldi rimase sorpreso. I preconcetti che si era fatto su di lei veniva demoliti uno dopo l'altro e si sentì spiazzato nel vedere che lei non provava nessun timore a rivolgersi apertamente a lui, senza paura di finire magari sul prossimo numero di Tennis Internazionale.
Passarono la giornata insieme. Non fecero niente di speciale, in realtà. Niente che se venisse raccontato su un libro possa essere di qualche interesse per il lettore. Ma che resta indimenticabile per chi l'ha vissuto.

Il giorno dopo Youlia tornò al tennis con uno spirito nuovo. Giocava sorridendo e alzando di tanto in tanto lo sguardo verso quella terrazza. Qualcuno trovò addirittura il tempo di scoprire a chi erano rivolti quegli sguardi; il resto lo fece Andrea Carraro, in un'intervista in cui, lottando contro verbi e congiunzioni, raccontò dell'improvviso rammollimento del glaciale Rinaldi, sciolto d'amore per la giovane stella del tennis.
L'intervista scosse l'aria parigina come neanche il temporale che si stava per abbattere sulla città poté fare. Youlia non trovò la cosa così terribile e continuò a cercare Tommaso per tutto il giorno. Tommaso Rinaldi evitò di rispondere a tutte le sue telefonate, preoccupandosi soprattutto di smentire e di farsi vedere in pubblico con qualche bella ragazza. Rinaldi sapeva che il pubblico voleva da lui il sarcasmo e la vena polemica e temeva che questo cambiamento lo avrebbe allontanato da tutto quello che aveva conquistato fino ad allora.

Le giornate passarono veloci. Ottavi, quarti, semifinali. L'attenzione del pubblico era per la nuova star del tennis innamorata, ma gli occhi di Youlia tornarono a stringersi diffidenti. Del nuovo look della Stubbs pareva non interessarsi nessuno.
Youlia e Tommaso si incontrarono nei corridoi dello stadio centrale del Roland Garros. Lui rimase per la prima volta nella sua vita senza parole, confuso su come comportarsi. Lei gli parlò con le lacrime agli occhi. Gli chiese di scegliere. Scegliere di essere se stesso fino in fondo, accettarsi per quello che era e per quello che provava, anche davanti a tutti. Anche contro tutti.
Tommaso cercò di giustificarsi, di farle capire il perché delle sue scelte. Cercò di raccontarle del suo passato, della sua fragilità. Ma per Youlia esistevano solo loro due, tutto il resto era solo un ostacolo alla loro felicità e lei avrebbe voluto spazzarlo via come quando affrontava le avversarie sul campo.
Si salutarono velocemente, senza tenerezze, portati via dai loro impegni.
Youlia Janovic perse malamente la semifinale, proprio quando tutti si aspettavano l'ultimo scontro contro la Stubbs. Tommaso Rinaldi rispose al suo editore che tutte quelle voci erano infondate e che il suo prossimo editoriale sarebbe stato proprio sulle giovani atlete dell'est, tanto forti nei colpi e quanto fragili mentalmente. Un pezzo sarcastico come sempre.

Youlia lesse l'articolo qualche giorno dopo sull'aereo che la stava portando a Londra per il torneo di Wimbledon. Rinaldi tornò in albergo, salutò Gustave e gli disse che sarebbe rimasto ancora qualche giorno a Parigi. Salì in camera, si chiuse in bagno e aprì tutti i rubinetti. Nessuno doveva sentirlo. Si guardò allo specchio e si lasciò andare a un pianto dirotto.
postato da: simcam alle ore giugno 13, 2008 15:37 | link | commenti
categorie: racconti, fino in fondo
lunedì, 17 marzo 2008

Il dilemma.

Ci arrampicammo su per la montagna. Piante e arbusti coprivano completamente il vecchio sentiero dove si riconoscevano a malapena alcune mie orme lasciate qualche tempo prima. Il medico che mi seguiva, seppure più giovane di me di parecchi anni, respirava a fatica e si lamentava continuamente del sentiero impervio. Continuava a rinfacciarmi la follia di questa impresa e di non avermi chiesto più soldi per l'avermi accompagnato.
In un'altra occasione l'avrei pestato a sangue e strangolato con il suo stesso stetoscopio, ma ora avevo più che mai bisogno del suo aiuto, così gli allungavo la mano ogni volta che inciampava per il sentiero e portavo il suo zaino quando vedevo la fatica diventargli insostenibile.
Non mi era facile ritrovare la strada, la pioggia del giorno prima aveva confuso i segnali che avevo lasciato in precedenza; qualche pezzo di stoffa legato ad un ramo mi rassicurava di tanto in tanto, ma a volte passavano anche ore prima di ritrovarne un altro. Ovviamente dovevo dire al mio compagno di viaggio che sapevo benissimo da che parte stavamo andando e che saremmo arrivati di lì a poco. In realtà sarebbe arrivato in breve tempo il momento in cui avrei dovuto usare la forza per costringerlo ad andare avanti.

«È da stamattina che camminiamo! Tra poco verrà buio, è una follia continuare!», mi gridò, piantando i piedi a terra come un bambino.
«Siamo quasi arrivati, non possiamo fermarci proprio ora».
«Me l'ha già ripetuto troppe volte! Se continuiamo così finiremo per ammazzarci, proprio come probabilmente sarà già...». C'erano due o tre tasti che quell'imbecille non avrebbe dovuto toccare per non farmi perdere la pazienza, e lui li stava premendo bene bene come neanche un bravo pianista sarebbe riuscito a fare.
Gli presi la testa e gliela infilai tra le ortiche. Solo quando cominciò a piangere dal dolore lo tirai fuori da lì. Gli bagnai la faccia e gli rispiegai la situazione.
Io dovevo portarlo là in cima. Avevo bisogno di lui e nessun altro poteva accompagnarmi. Nessun altro doveva sapere da dove venivo, sebbene in molti, giù in paese, mi avevano guardato strano quando arrivai, completamente distrutto, nel cuore della notte. Il giovane dottore smidollato era la mia unica speranza di mantenere la promessa fatta e ogni minuto che passava poteva rendere inutile tutta quella fatica.
A quel punto il dottore capì che non ero un tipo predisposto alla trattativa e smise di chiedermi delle pause o più soldi, ma cominciò ad ansimare rumorosamente, come per farmi intendere tutto il suo disappunto.
Quando la luce fu ormai troppo poca per continuare, ci fermammo in una piccola radura. Mangiammo qualcosa e il dottore si addormentò quasi subito. Gli legai la caviglia al mio polso e cercai di dormire.

Siamo nascosti qui da due giorni. Abbiamo ridotto i movimenti al minimo per non farci vedere. D'altra parte ci sarebbe quasi impossibile muoverci liberamente sulla cime di questo dirupo. Controlliamo ogni movimento che avviene nella villa più in basso. Lui mi sta affianco e annota ogni parola. Sappiamo cosa fanno e a che ora la fanno. Sappiamo che sta per arrivare e che batteranno la zona con gli elicotteri. Ma noi saremo come fantasmi e non sapranno mai niente di noi.
Sento il terreno cedere di sotto. Scivolo giù per alcuni metri ma riesco ad aggrapparmi a delle rocce. Lui non lo riesco a vedere. Mi sporgo di sotto e lo vedo più in basso. È in una posizione innaturale, come un burattino gettato a terra. Gli dico di tenere duro.

Sentii il filo legato al polso tirare. Diedi uno strattone e l'uomo cascò per terra, cominciando a imprecare contro di me. Gli dissi che ora sapevo da che parte andare e che saremmo arrivati tra poco.
Camminammo ancora un paio di ore. Non mancava più molto, ma la strada era impervia e la salita ci rallentava. A pochi metri metri dalla cima ritrovai il suo corpo. Si era spostato per cercare riparo ma alla fine non ce l'aveva fatta. Il mio compagno, l'unico amico che avessi potuto avere con questo lavoro del cazzo, era morto.
Cominciai a piangere, seduto su una roccia. Non ero riuscito a mantenere la promessa.
«Ho fatto tutto il possibile, lo capisci? Ho dovuto scegliere tra aiutare il mio compagno o portare a termine la missione. E non sono riuscito in nessuna delle due!».
Il giovane dottore si chinò sul corpo senza vita del mio compagno.
«Anche se fossimo arrivati ieri non ci sarebbe stato niente da fare. Le ferite erano troppo gravi. Ma di che missione sta parlando?»
Gli indicai la valle sotto di noi.
«La villa del presidente! Volevate uccidere il presidente?".
Raccolsi le ultime forze per prendere la pistola dallo zaino e gli sparai. Era tempo di andare.
postato da: simcam alle ore marzo 17, 2008 17:18 | link | commenti
categorie: racconti, il dilemma
giovedì, 14 febbraio 2008

C'è un adolescente che non ha sognato di suonare in una band?

A quindici anni ce ne stavamo seduti sui gradini. Il pomeriggio lo passavamo in parrocchia, ore e ore a giocare a ping pong. Il Gesù Cristo sulla parete muoveva la testa a destra e sinistra per rimirare giocate da brivido. Arrivavamo sudati fradici al bar, orgogliosi della nostra partita e ci facevamo belli davanti alle coetanee. Coetanee che annusavano l'aria commentando con "Cos'è questa puzza di sudore?".

I sabati sera li passavamo a correre in bicicletta per la città, sperando che prima o poi uno di noi cadesse per poterci sbellicare dalle risate fino a lunedì. Il lunedì di quasi vent'anni dopo, perché ancora oggi ci raccontiamo delle nostre cadute. Non c'è niente da fare, c'è al mondo qualcosa che fa ridere come uno che cade?
Poi tutti a casa dell'amico, pizza e stereo a manetta. Le cassettine vuote per doppiarsi la musica. Videomusic e i Guns'n'Roses con Live in Tokyo. Slash e la sua Gibson.

Noi come Slash.

Cominciammo a suonare un sabato in una cantina. Io presi la chitarra acustica di mio padre, una Yamaha. Come Eddie Lawson, solo che non aveva le ruote. Francesco una chitarra elettrica, una Lead nuova fiammante. Paolo un set di cassette di legno, pentole e il braccialetto regalato dalla fidanzata su un coperchio a fare da charleston. C'era tutto tranne il nome.
La cantina era umida è stimolava di tutto tranne che la nostra fantasia. E venne naturale: Colica.

Signore e signori: i Colica.

Tutto il sabato per imparare tre accordi ed eravamo già pronti per il tour. Colica: Live in via Cosmè Tura. Il nostro primo concerto a casa di un amico per un pubblico d'eccezione: l'amico, la sorella e le sue amichette. Scatenate groupies adoranti appena uscite dalle scuole elementari.
"Grazie ancora! Questa era Don't cry!"
"A me sembrava uguale a quella di prima!"
"... perché ci sono due versioni di Don't cry!"

Il gruppo si allarga.

Il successo ci aprì le prime porte. Così come la primavera che ci permise di aprire finalmente la porta della cantina e respirare aria più salubre.
Arrivò la prima vera batteria per Paolo. E arrivarono Michele e Marcello con le loro chitarre e Stefano con la sua tastiera. La prima cosa professionale mai vista dai Colica. I primi spartiti. Le canzoni degli u2. Dovresti prendere lezioni di chitarra come noi! Qualcuno dovrebbe cominciare a suonare il basso! Perché guardate tutti me?

La crisi.

I ritmi insostenibili cominciarono a pesarmi. Le registrazioni della prima cassettina e il successivo tour sfiancarono le mie dita e il mio morale. Le date in via Cosmè Tura si susseguivano una dietro l'altra. La passione si era affievolita, volevo ancora far parte della band?
Ci furono momenti di tensione. Durante una tappa del tour, la cinquecento rossa era carica all'inverosimile dalla band e i suoi strumenti. Le chitarre spuntavano dai finestrini e dal tettuccio. All'arrivo ci mettemmo quasi mezz'ora solo per uscire dai sedili posteriori.
"Scusa ma il mio ampli dov'è?"
"Non lo so, è il tuo di ampli."
"Prima di partire non hai detto – È tuo questo ampli?"
"Sì, però non ho detto che lo caricavo in macchina."
Per la cronaca l'amplificatore non fu più ritrovato.

Durante un pomeriggio di prove avvenne poi lo strappo definitivo. Il nuovo tastierista insisteva per provare a ripetizione "Wild world" di Cat Stevens. Io e i miei spartiti degli u2 non trovavamo più spazio.
"Ooh, baby, baby, it's a wild world..."
"Scusate... Non puoi abbassare un po' il tuo ampli, non mi si sente!"
"No, è al livello giusto. Ooh, baby, baby, it's a wild world..."
"Scusate... Non possiamo provare anche qualcos'altro?"
"Prima dobbiamo imparare bene questa. Ooh, baby, baby, it's a wild world..."
"No! Scusate eh... ma così non mi va! A questo punto decidete: o me, o mister wild world!"
"Ooh, baby, baby, it's a wild world..."

Addio cantina. La mia stagione nei Colica finì così.

Il concerto. Quello vero.

Qualche tempo dopo arrivò anche la grande occasione. Un concerto vero, su un palco, con un pubblico che non si sarebbe sentito in obbligo di ascoltare per educazione o amicizia e addirittura con la SIAE da pagare. Trattasi niente poco di meno de La festa della birra di un paesino nel bolognese. Poteva essere l'evento che avrebbe scatenato la voglia in loro di tentare il grande passo, provare a fare veramente musica. Fare concerti veri e registrare dischi veri. Oppure poteva essere l'occasione per chiudere un periodo della vita e iniziare le cose serie.

Probabilmente voi non avete mai sentito parlare dei Colica. Ma c'è ancora in giro una videocassetta che testimonia il loro unico vero concerto. Quel video lo girai io.
postato da: simcam alle ore febbraio 14, 2008 09:26 | link | commenti (11)
categorie: racconti, the best of, i wanna be a rockstar
lunedì, 10 dicembre 2007

Il giorno dopo

Il giorno dopo il loro matrimonio, Francesca preparò la colazione e la portò a letto a suo marito Michele. Lo svegliò baciandolo, mentre pensava che quella era la cosa che avrebbe voluto fare per tutto il resto della sua vita. Francesca e Michele scartarono i regali per tutto il giorno, sistemandoli nella loro nuova casa e verso sera prepararono i  bagagli per la partenza del giorno dopo. Solo ogni tanto Michele si assentava per telefonare alla sua segretaria, per aggiornarsi sul prezzo del petrolio, per autorizzare la vendita dei barili e per rassicurarla sul loro amore, che il suo matrimonio non avrebbe rovinato niente. Francesca non aveva mai diviso la casa con nessuno e non aveva mai immaginato cosa potesse accadere alzando una cornetta del telefono nell'altra stanza.
Il giorno dopo, all'aeroporto, quando Michele uscì dal bagno, non trovò più Francesca ad aspettarlo e per il resto della sua vita non fu più svegliato con la colazione a letto e un bacio.

Il giorno dopo la nascita di Matteo, tutti i parenti accorsero a far visita a Giulia e Marco. In realtà erano solo i parenti di Giulia, perché Marco non aveva mai conosciuto i suoi genitori ed era cresciuto in un orfanotrofio. Tutto il giorno fu un via vai di persone più o meno conosciute. Un giro estenuante di baci e congratulazioni, complimenti alla mamma per il parto e Marco che continuava a riempire vasi con i fiori.
Solo verso sera, quando anche l'ultimo parente se ne andò, Giulia crollò addormentata e Marco riuscì a tenere suo figlio tra le braccia. E sentì, per la prima volta nella sua vita, di aver fatto qualcosa di buono e di far parte di qualcosa. Di una famiglia.

Il giorno dopo aver conosciuto Valentina, Michele aveva già capito che sarebbe stata l'amore della sua vita. Non glielo disse mai perché niente al mondo avrebbe potuto far innamorare Valentina di Michele, ma questo per lui era solo un dettaglio. Valentina sapeva bene che tipo di sentimenti provava Michele per lei e ne era molto gratificata. Michele fu l'unica persona a rimanerle accanto tutta la vita. Dopotutto, gli unici amori che resistono al tempo sono quelli non corrisposti.

Il giorno dopo il suo nobile gesto, Piero si risvegliò in una camera d'ospedale senza le gambe. Aveva salvato una bambina da un incidente e venne riconosciuto da tutti come un eroe. Gli fecero anche una grande festa nella piazza della sua città con la presenza di autorità e giornalisti. Il giorno dopo si scordarono tutti di lui, anche la bambina a cui aveva salvato la vita. Ma Piero sapeva come girava il mondo e non rimpianse mai il suo gesto.
Diversi anni dopo su un giornale, Piero riconobbe in una ragazza trovata morta per droga la bambina che salvò e un po' gli girarono i maroni.

Il giorno dopo l'acquisto della sua prima moto, Marco si sentì veramente libero. Uscì per fare solo un giretto e invece finì al mare. Si mangiò un panino davanti ad un panorama mozzafiato anche se non riusciva a staccare gli occhi dalla sua nuova moto. Il rombo del motore gli sembrava musica e l'aria calda sulle braccia gli dava una sensazione che non aveva mai provato prima.
Marco non tornò mai più a casa. Il giorno dopo la morte di Marco niente tornò come prima e mi lasciò per sempre un'ombra sul cuore.

Il giorno dopo la partita, Andrea non aveva ancora chiuso occhio. Aveva passato la notte a festeggiare la vittoria della coppa del mondo insieme ai suoi migliori amici e insieme a gente che non conosceva e che non avrebbe mai conosciuto, ma si erano lo stesso abbracciati come se non fosse possibile farne a meno.
Quella mattina, mentre tornava a casa, guardò i suoi amici e la sua città. Entrambi non erano perfettamente in forma. Ma dentro di sé ebbe la sensazione che in quel momento tutto era perfetto. E non avrebbe mai dimenticato quella notte.

Il giorno dopo il suo primo bacio, Dario pensò di aver trovato l'amore e la ragazza più bella che lui avesse mai conosciuto.
Il giorno dopo il loro bacio, lei non pensò esattamente le stesse cose e si scordò di chiamarlo prima di partire per il ritorno a casa. Per lei le vacanze erano finite.

Il giorno dopo, John Lennon riguardò tra le cose registrate la sera prima e trovò quella canzone perfetta. La cosa migliore che avesse mai fatto. E pensò che forse, finalmente, aveva trovato la pace in se stesso. Sempre quel giorno, verso sera, Mark David Chapman uccise John Lennon e lasciò il mondo in un posto peggiore.

Il giorno dopo tutto questo, la vita andò avanti lo stesso.
postato da: simcam alle ore dicembre 10, 2007 15:23 | link | commenti (10)
categorie: racconti, the best of, il giorno dopo
giovedì, 18 ottobre 2007

Nuovo mondo.
Vollero infine accontentarmi. Se Simone dice che questo Nuovomondo è un bel film, guardiamolo!
Sono sicuro che accettarono di guardarlo solo perché ero l’ultimo arrivato del cineforum. Non sapevano quindi, se questo nuovo ragazzo era taciturno perché timido o perché, francamente, si era già rotto i maroni da un pezzo di sentir parlare della politica del centrosinistra e di giovani trentenni dai grandi ideali sociali.
In realtà erano tutte e due le cose. Ed io dissi che era un bel film perché: a) mi sembrava politicamente corretto per l’occasione; b) perché volevo sembrare intelligente davanti alla ragazza mora; c) l’aveva detto Linus alla radio.
Iniziammo a guardarlo, tutti davanti al televisore. Pochi eletti sul divano, altri seduti per terra, uno, cioè io, sulla scomodissima sedia della cucina che mi aveva già procurato delle piaghe al sedere durante la cena.
Non è possibile – continuavo a pensare – che un film sia brutto già dai primi cinque minuti!
L’atmosfera si faceva sempre più tesa. Sentivo il malumore serpeggiare tra i miei nuovi amici. Avrei giurato di aver sentito anche delle frasi ingiuriose nei miei confronti.
“Vi ho detto che questo film sarà candidato agli Oscar?”, provai a dire per stemperare un po’ la tensione.
“Se l’hanno candidato, qualcosa di bello ci sarà… ah ah…”. L’assenza di risposta mi fece capire che no, non c’era più speranza di far apprezzare quella merda di film.
Del resto non mi sentii di dargli torto.
La goccia che fece traboccare il vaso fu la scena finale. I protagonisti, emigrati in America, facevano il bagno in un mare di latte. Era la fine, sentivo ormai la rabbia dei miei compagni di cineforum trasalire, non sapevo per quanto tempo si sarebbero trattenuti.
“Io credo proprio che…”, gli occhi erano già puntati tutti su di me. Gli leggevo la sete di vendetta. “Credo proprio che ora… correrò in bagno!”
Corsi via, inseguito da tutto il gruppetto del cineforum. Giusto il tempo di dare un giro di chiave che sentivo le spallate tentare di sfondare la porta.
“È un film di merda, e allora?”, cercavo di giustificarmi.
“Perché ce l’hai fatto vedere?”, “Chi volevi impressionare? Addirittura candidato all’oscar? Esci fuori che te lo diamo noi l’oscar.”
“Non è colpa mia, mi è stato consigliato. Per curiosità… la morettina l’ho impressionata?”
Non so perché lo chiesi. Sentivo che ormai la situazione era disperata e persi ogni remora.
Comunque la morettina era la fidanzata del padrone di casa. E anche lui perse ogni remora e decise che doveva farmi del male a tutti i costi.
Alla fine riuscii a scappare via dalla finestra, scendendo dal secondo piano al piano terra appoggiandomi ai tubi delle fognature.
Ed è per questo che adesso mi trovo qui, a Milano, in via Massena 2, per discutere con Linus dei suoi gusti cinematografici. Perché non si può dare consigli così, alla leggera, senza pensare alle conseguenze. A meno che tu non abbia intenzione di trasferirti per sempre in un nuovo mondo.
postato da: simcam alle ore ottobre 18, 2007 15:37 | link | commenti (4)
categorie: racconti, the best of, nuovomondo
martedì, 16 gennaio 2007

Non mi fissare così. Perché continui a sgridarmi? Non vedi che sto guardando la partita di pallone? Smettila di aprire e chiudere la bocca, tanto io non ti posso sentire. Per me c'è solo la partita di pallone in televisione. Solo il pallone in televisione. Solo il pallone. Non c'è più il televisore. Ora c'è un grande prato verde e migliaia di persone che gridano. Che freddo che fa con questi pantaloncini corti. E adesso perché mi guardate tutti? E perché quel pallone sta rotolando verso di me? Guarda quello lì con la faccia cattiva come corre verso di me. Sembra Materazzi. Anzi, è Materazzi. Se continua a correre in quel modo non potrà evitarmi. Ma non sembra che voglia evitarmi. Peccato essere così spaventato, altrimenti potrei passare questo pallone a quella cosa rossa e nera che mi sta passando accanto e che continua a gridarmi "Svelto qua!". Somiglia un sacco a Seedorf, adesso che lo guardo meglio. Vorrei passartelo questo pallone, veramente. Lo vorrei tanto. Ma gli occhi indemoniati di Materazzi mi hanno paralizzato. Lo vedi che il mio piede non si muove? Uh... si sta muovendo. Ecco caro ragazzo, tieniti il pallone, basta che fai fermare quel treno che mi si sta schiantando contro. Troppo tardi. Ora sto rotolando su quest'erbetta bagnata. Sento freddo e sento male. Ma non in questo ordine. E sento come un milione di zoccoli corrermi accanto. C'è un ragazzino che mi invita ad alzarmi e tornare nella mia posizione. Vedi, non per contraddire la tua bella voce da fado, ma in questo momento, io non so neanche se le mie gambe sono ancora attaccate al corpo. Un tizio uguale a Gattuso mi fa lo stesso invito, solo un po' più violento e tirandomi su per il colletto della maglia. In realtà mi trascina per qualche metro prima che le mie gambe si riattacchino al resto del corpo e prendano la loro solita posizione. Sembro quei vitellini che si alzano in piedi per la prima volta da quando sono venuti al mondo. Ma ora sono in piedi. E sono con voi, ragazzi. Sono pronto a seguirvi ovunque. Solo che non so dove andare. Per un po' seguo il gioco tenendomi a distanza di sicurezza, ma sento le grida dell'uomo in cappotto che mi invita gentilmente ad entrare nell'azione. Non sono sicuro che conosca veramente le mie capacità altrimenti mi farebbe arretrare fino a dietro la linea della nostra porta. Fatto sta che non ho più voglia di sentirlo urlare. Comincio a trotterellare verso la porta, attento soprattutto a non infastidire quelli vestiti come me e ad evitare quelli che cercano di sbattermi per terra. Decido di defilarmi verso la sinistra, con la convinzione che il mio piede sinistro sia sempre stato più portato allo sport di quello destro. E poi perché l'azione sembra spostarsi dalla parte opposta. Almeno sino ad un secondo fa, perché adesso il ragazzino con il numero ventidue ha deciso di portare la palla verso il centro dell'area. Quanto è bravo, non riesco a capire perché gli avversari continuino ad accanirsi sulle sue caviglie. Quello ha la palla incollata al piede, cari miei. E sono sicuro che adesso vi farà un gran gol. Dammi retta, numero ventidue, tira. Non fare quello che credo tu stia per fare. Non è il caso di passarmi il pallone, non sono ancora caldo. Forse non stai considerando il fatto che qualche minuto fa ero seduto su una poltrona. Non lo stai considerando, vero? Ecco perché la palla mi sta arrivando veloce. Troppo veloce, hai per caso deciso di uccidermi? O di farmi uccidere da quei bestioni che mi stanno correndo addosso? Beh signori, quello che ho appena eseguito è un signor stop di petto, tralasciando il fatto che mi ha tolto il fiato perché mi ha preso allo stomaco. Ma non è il momento di starsene fermi, se non altro perché ho paura di essere travolto ancora una volta. Cerco uno spiraglio libero in cui infilarmi per potermi liberare il prima possibile di questa palla pericolosa. Tutta questa gente intorno sembra credere che io stia facendo qualcosa di buono e intelligente perché continua ad incitarmi a gran voce. Eccoti numero ventidue, ho deciso di ridarti questa bella gatta da pelare. Questo pallone era tuo ed ora arrangiati. A te la fama e la gloria. A me le gambe ancora attaccate al resto del corpo.
E no! Ma perché fai così? Perché vuoi triangolare? Mi hai forse visto scattare verso la porta? Mi hai visto alzare la mano e reclamare il pallone? Perché mi vuoi far tirare? Ma tu sai chi sono io? Sono quello che una volta, correndo verso il pallone, ci inciampò sopra e cadde come un sacco di patate. Non incitarmi a tirare. Non avere fiducia in me. Aiutami a fermare la mia gamba sinistra che sta pensando di tirare al volo. Che gamba senza criterio, vanesia e sempre alla ricerca di quella gloria e di quel talento che non l'hanno mai nemmeno sfiorata. Te ne pentirai, te lo dico io. Sento il collo del piede colpire il pallone. Lo sento deformarsi all'impatto. Il piede ovviamente. E vedo il pallone schizzare via mentre migliaia di persone, più ventuno giocatori, lo seguono con lo sguardo. Solo io chiudo gli occhi.
Non mi fissate così. Perché continuate a sgridarmi?
postato da: simcam alle ore gennaio 16, 2007 12:48 | link | commenti (3)
categorie: racconti, the best of, il derby