Gheddafi. Un tamarro a Roma. Una rassegna fotografica offerta e commentata da Portapo58 (società con sede legale lontano, troppo lontano, non cercate di contattarla) (scusate ma cerco di pararmi un po' il culo, non ho mica il lodo alfano io!)
Gheddafi un giorno pensò. Pensò molto. Ma non ne venne fuori niente. Così andò a Roma. E perché no?!
Così Gheddafi venne in Italia per incontrare il suo grande amico: Topolino. Massì dai, l'amico di Topolanek. Non ve lo ricordate? Vi aiuto, (qui) è quello che vi sta indicando la ragazza. Ma non con le dita.
Lui e il suo amico Silvio andavano molto d'accordo. Avevano un sacco di cose in comune. Tipo, guardavano sempre dalla stessa parte.
Piccolo quiz: cosa ci sarà di così interessante da guardare da quella parte:
a) Donne
b) Soldi
c) Portapo58
(nel terzo – improbabile – caso, niente di buono all'orizzonte per chi vi sta scrivendo)
Risposta al quiz.
Era A ovviamente. Ed ecco l'animo latino di Topolino uscire. E le donne, si sa, sono sensibili al suo fascino. Si vede?
Se non si vede è perché la fama di Topolino si è già sparsa in giro per il mondo. Ecco infatti le due donne mentre confabulano sul nostro Topolino, il suo famoso 75% e la possibilità di diventare Meteorina.
Gheddafi, come tutti gli uomini sensibili, ha sempre a cuore la sua famiglia. Così, per il suo soggiorno nella capitale, ha deciso di attaccarsi l'album di famiglia sulla giacca.
E visto che in fatto di eleganza non è secondo a nessuno, eccolo mentre mostra il suo famoso anellone del potere.
Gheddafi non si è poi potuto sottrarre alle visite istituzionali. Eccolo mentre incontra Mike Bongiorno che, come tutti gli uomini di una certa età, non capisce la moda di questi giovani d'oggi.
E siccome non so come chiudere questa storia, vi ricordo il perché Gheddafi è venuto in Italia.
Un giorno stava pensando. Pensò molto. Ma non ne venne fuori niente. Così venne in Italia per votare Berlusconi.
Mi piacciono tutte le cose che iniziano con la lettera B. Sono belle. Ecco, vedete? Bella, Bello, Belle... Suonano bene. Eccone un'altra, Bene. Non è stupenda?
Ti voglio bene.
Grazie!
Figurati.
E i Baci? E i Biscotti? La Birra? Una Becks, per favore!
Le Bionde. Le Brune. Il lato B.
Il Billy che bevevo da piccolo.
I Bambini!
Pensateci: un neonato piange e rompe, un adolescente è sempre incazzato. I bambini no, sono simpatici.
E i bambini hanno il Babbo. Babbo è bello, Papi, no.
Se sei Bravo puoi Ballare. Se sai cantare sei Bono Vox.
Ma la mia preferita in assoluto è la parola Buono.
Buò|no. (agg., s.m., avv.)
Bella anche a pronunciarla. Lo schiocco delle labbra. La bocca che parte piccola e poi si apre. Si richiude e si riapre. Buono.
Bye Bye.
Ps.: Una parola con la B però la escluderei. Banana. Oltre ai doppi sensi (e non dite che non ci avevate già pensato) (lo state facendo anche adesso) (e adesso), è proprio volgare. Ba-na-na. Con la bocca che continua a chiudersi e ad aprirsi. Bleah. Ecco, “Bleah” mi piace.
Questa notte ho sognato che finivo in un gioco a quiz. Era Chi vuol essere milionario. Anzi, non proprio, era Milionerzy che in polacco significava più o meno "Chi vuol essere milionario? Io! Io! Io!". Ma che loro abbreviavano in Milionerzy.
Solo che il vincitore prendeva un milione di zloty, che sono meno di 300 mila euro.
Più o meno il sogno è iniziato così:
Il conduttore polacco, Jerryz Scottinsky, mi accoglie simpaticamente. È tutto un farsi i complimenti. Io lo trovo più magro, più biondo, più intelligente. E glielo dico. Anche lui mi risponde che mi trova più magro e più biondo. "Ma non mi hai detto più intelligente, Jerryz!". "Lo so!".
Il pubblico ride, apprezza il nostro siparietto.
Ora Jerryz riprende il suo solito aplomb e spiega al pubblico polacco chi sono e da dove vengo. I sorrisi del pubblico si spengono a poco a poco e comincio a notare sguardi d'odio. Tra le parole di Jerryz riconosco Polonia, nazismo, invasione.
"Jerryz, stai parlando male di me?" – gli chiedo preoccupato.
"Sì! – mi risponde bonario come sempre – fossi in te non mi farei vedere in giro da solo! Ti dispiace se ora le domande te le farò in polacco?"
"Ma figurati Jerryz! È come una seconda lingua per me."
La prima domanda mi sembra subito impegnativa.
Skąd pochodził Conan Barbarzyńca?
• A: z Rivii • B: z Oz
• C: z Mordoru • D: z Cimmerii
"Fammi riflettere, Jerryz. Non farmi fretta. Sì, l'ho visto il fim. Ma sono un po' indeciso tra la prima, la seconda, la terza e la quarta. In pratica non la so. Ma come si dice? Partiamo in quarta! E allora vada per la quarta!"
Un boato del pubblico mi accoglie non appena Jerryz dice che la risposta è esatta.
La seconda domanda è più sulle mie corde.
Odrażający drab z Kabaretu Starszych Panów dubeltówkę weźmie, wyjdzie i...:
• A: rach-ciach! • B: buch, buch!
• C: z rur dwóch • D: bum w brzuch
"Questa la so, Jerryz! Ci potrei scommettere le tue enormi chiappone. La risposta è sicuramente buch, buch!"
Buch, buch! Buch, buch! – ripete tutto il pubblico quando vede accendersi la luce verde sulla risposta.
Li ho conquistati, non c'è che dire. Ora capisco cosa intendeva Jerryz quando mi ha presentato. Ho la Polonia nelle mie mani. Ora sto pensando alla Danimarca.
Jerryz mi consiglia di non distrarmi e rimanere concentrato perché la strada è ancora lunga. Ma lo dice in polacco ed io non capisco un cazzo. Questo però nessuno lo ha ancora capito.
Komiksowym "dzieckiem" rysownika Boba Kane'a jest:
• A: Superman • B: Batman
• C: Spiderman • D: Captain America
So la risposta! – penso io – ma è sicuramente sbagliata. Capisco che rispondere di getto Spiderman solo perché da piccolo portavo il suo costumino di carnevale, anche quando non era più carnevale, non farà di questo la risposta corretta. Fingo di concentrarmi sulla domanda mentre sto pensando a come allacciare le polacchine. Non gli stivaletti, ma proprio a come rimorchiare giovani ragazze polacche.
Ma Jerryz mi ricorda che sto giocando per un milione di zloty, quindi faccio la faccia di chi ha capito che non ci ha capito un cazzo (più o meno è questa qui) e rispondo "Batman! Ha il vestito più figoso!".
"Risposta esatta!"
Le domande si susseguono a raffica. Passo la terza e la quarta chiudendo gli occhi e indicando le risposte a caso sul monitor con il dito. Il pubblico comincia a credere che io abbia poteri taumaturgici e mi chiede di imporre le mani su di loro. Ovviamente scelgo solo persone particolarmente interessanti, anche se in alcuni casi scatta la denuncia per molestie. Vedi a fare del bene?
Per la quinta domanda uso la telefonata a casa. Non che non sapessi la risposta, ma volevo avvertire che non sarei tornato per cena ovviamente.
Sulla sesta domanda sono in dubbio tra due risposte. Uso il cinquanta e cinquanta e vengono scartate proprio quelle due. Rimango un po' smarrito ma risolvo brillantemente usando il metodo dell'ambarabaccicicoccò. E passo pure quella.
Alle altre domande non nascondo di aver risposto un po' a culo.
Siamo quasi alla fine. Mancano due domande. Jerryz e il pubblico mi invitano a prendere i soldi e scappare. Nessuno crede nelle mie possibilità. Io decido di continuare, se non altro perché non capisco una parola di quel che dicono.
Jerryz mi legge la domanda da 500mila zloty.
"Roba forte, Jerryz! Questa è roba forte sul serio – dico mentre mi tracanno un'intera bottiglietta di Becherovka offerta dal pubblico – Comunque la risposta è ovviamente Kraska, caro Jerryz."
"L'accendiamo?"
"Cos'è? Non capisci quando parlo?! – gli rispondo, ormai completamente ubriaco – Accendi quella cazzo di lucetta!"
Non faccio in tempo a festeggiare che vomito sull'assegno da 500mila zloty. Ora il prezioso pezzetto di carta è inutilizzabile e decido di provare la domanda finale. Prima però mi concedo qualche minuto sulla tazza di un water polacco, così per rilassarmi.
Al mio rientro l'atmosfera è tesissima. Diverse persone del pubblico la stanno tagliando a fette e mangiando accompagnata con fette di pane.
Jerryz tira un bel respiro e mi legge l'ultima domanda. È breve ma non semplice come potrebbe sembrare.
Kto jest mistrzem tego samego oręża, w jakim specjalizowała się mitologiczna Artemida?
• A: Zorro • B: Legolas
• C: Don Kichot • D: Longinus Podbipięta
A questa domanda, tutta la mia vita mi passa davanti. Ma con la pubblicità nel mezzo.
Decido di utilizzare l'ultimo aiuto disponibile, quello del pubblico. Jerryz spiega qualcosa nella loro assurda lingua e tutti cominciano a premere i loro pulsantini.
Il risultato è praticamente unanime. Il 99% ha risposto Zorro. Solo un 1% ha risposto Legolas.
Mi guardo intorno contrariato. "Chi cazzo ha risposto Legolas?" domando.
Sento una vocina rispondere "Io". È lui. Capisco che c'è del genio in quegli occhi e decido di dargli retta.
"È Legolas, Jerriz!"
La luce verde si accende e il pubblico esulta. E anch'io sono abbastanza felice.
L'omino del pubblico corre da me. Vuole l'assegno. Ora lo riconosco e lo colpisco con la sedia. Finalmente posso festeggiare insieme ai miei nuovi amici polacchi. Devono essersi dimenticati quella storiella sull'invasione perché mi acclamano a gran voce. Io alzo le braccia al cielo e cito Sylvester Stallone in Rocky 4: "Perché se io posso cambiare... e voi potete cambiare... tutto il mondo può cambiare!".
C'è un adolescente che non ha sognato di suonare in una band?
A quindici anni ce ne stavamo seduti sui gradini. Il pomeriggio lo passavamo in parrocchia, ore e ore a giocare a ping pong. Il Gesù Cristo sulla parete muoveva la testa a destra e sinistra per rimirare giocate da brivido. Arrivavamo sudati fradici al bar, orgogliosi della nostra partita e ci facevamo belli davanti alle coetanee. Coetanee che annusavano l'aria commentando con "Cos'è questa puzza di sudore?".
I sabati sera li passavamo a correre in bicicletta per la città, sperando che prima o poi uno di noi cadesse per poterci sbellicare dalle risate fino a lunedì. Il lunedì di quasi vent'anni dopo, perché ancora oggi ci raccontiamo delle nostre cadute. Non c'è niente da fare, c'è al mondo qualcosa che fa ridere come uno che cade?
Poi tutti a casa dell'amico, pizza e stereo a manetta. Le cassettine vuote per doppiarsi la musica. Videomusic e i Guns'n'Roses con Live in Tokyo. Slash e la sua Gibson.
Noi come Slash.
Cominciammo a suonare un sabato in una cantina. Io presi la chitarra acustica di mio padre, una Yamaha. Come Eddie Lawson, solo che non aveva le ruote. Francesco una chitarra elettrica, una Lead nuova fiammante. Paolo un set di cassette di legno, pentole e il braccialetto regalato dalla fidanzata su un coperchio a fare da charleston. C'era tutto tranne il nome.
La cantina era umida è stimolava di tutto tranne che la nostra fantasia. E venne naturale: Colica.
Signore e signori: i Colica.
Tutto il sabato per imparare tre accordi ed eravamo già pronti per il tour. Colica: Live in via Cosmè Tura. Il nostro primo concerto a casa di un amico per un pubblico d'eccezione: l'amico, la sorella e le sue amichette. Scatenate groupies adoranti appena uscite dalle scuole elementari.
"Grazie ancora! Questa era Don't cry!"
"A me sembrava uguale a quella di prima!"
"... perché ci sono due versioni di Don't cry!"
Il gruppo si allarga.
Il successo ci aprì le prime porte. Così come la primavera che ci permise di aprire finalmente la porta della cantina e respirare aria più salubre.
Arrivò la prima vera batteria per Paolo. E arrivarono Michele e Marcello con le loro chitarre e Stefano con la sua tastiera. La prima cosa professionale mai vista dai Colica. I primi spartiti. Le canzoni degli u2. Dovresti prendere lezioni di chitarra come noi! Qualcuno dovrebbe cominciare a suonare il basso! Perché guardate tutti me?
La crisi.
I ritmi insostenibili cominciarono a pesarmi. Le registrazioni della prima cassettina e il successivo tour sfiancarono le mie dita e il mio morale. Le date in via Cosmè Tura si susseguivano una dietro l'altra. La passione si era affievolita, volevo ancora far parte della band?
Ci furono momenti di tensione. Durante una tappa del tour, la cinquecento rossa era carica all'inverosimile dalla band e i suoi strumenti. Le chitarre spuntavano dai finestrini e dal tettuccio. All'arrivo ci mettemmo quasi mezz'ora solo per uscire dai sedili posteriori.
"Scusa ma il mio ampli dov'è?"
"Non lo so, è il tuo di ampli."
"Prima di partire non hai detto – È tuo questo ampli?"
"Sì, però non ho detto che lo caricavo in macchina."
Per la cronaca l'amplificatore non fu più ritrovato.
Durante un pomeriggio di prove avvenne poi lo strappo definitivo. Il nuovo tastierista insisteva per provare a ripetizione "Wild world" di Cat Stevens. Io e i miei spartiti degli u2 non trovavamo più spazio.
"Ooh, baby, baby, it's a wild world..."
"Scusate... Non puoi abbassare un po' il tuo ampli, non mi si sente!"
"No, è al livello giusto. Ooh, baby, baby, it's a wild world..."
"Scusate... Non possiamo provare anche qualcos'altro?"
"Prima dobbiamo imparare bene questa. Ooh, baby, baby, it's a wild world..."
"No! Scusate eh... ma così non mi va! A questo punto decidete: o me, o mister wild world!"
"Ooh, baby, baby, it's a wild world..."
Addio cantina. La mia stagione nei Colica finì così.
Il concerto. Quello vero.
Qualche tempo dopo arrivò anche la grande occasione. Un concerto vero, su un palco, con un pubblico che non si sarebbe sentito in obbligo di ascoltare per educazione o amicizia e addirittura con la SIAE da pagare. Trattasi niente poco di meno de La festa della birra di un paesino nel bolognese. Poteva essere l'evento che avrebbe scatenato la voglia in loro di tentare il grande passo, provare a fare veramente musica. Fare concerti veri e registrare dischi veri. Oppure poteva essere l'occasione per chiudere un periodo della vita e iniziare le cose serie.
Probabilmente voi non avete mai sentito parlare dei Colica. Ma c'è ancora in giro una videocassetta che testimonia il loro unico vero concerto. Quel video lo girai io.
Il giorno dopo il loro matrimonio, Francesca preparò la colazione e la portò a letto a suo marito Michele. Lo svegliò baciandolo, mentre pensava che quella era la cosa che avrebbe voluto fare per tutto il resto della sua vita. Francesca e Michele scartarono i regali per tutto il giorno, sistemandoli nella loro nuova casa e verso sera prepararono i bagagli per la partenza del giorno dopo. Solo ogni tanto Michele si assentava per telefonare alla sua segretaria, per aggiornarsi sul prezzo del petrolio, per autorizzare la vendita dei barili e per rassicurarla sul loro amore, che il suo matrimonio non avrebbe rovinato niente. Francesca non aveva mai diviso la casa con nessuno e non aveva mai immaginato cosa potesse accadere alzando una cornetta del telefono nell'altra stanza.
Il giorno dopo, all'aeroporto, quando Michele uscì dal bagno, non trovò più Francesca ad aspettarlo e per il resto della sua vita non fu più svegliato con la colazione a letto e un bacio.
Il giorno dopo la nascita di Matteo, tutti i parenti accorsero a far visita a Giulia e Marco. In realtà erano solo i parenti di Giulia, perché Marco non aveva mai conosciuto i suoi genitori ed era cresciuto in un orfanotrofio. Tutto il giorno fu un via vai di persone più o meno conosciute. Un giro estenuante di baci e congratulazioni, complimenti alla mamma per il parto e Marco che continuava a riempire vasi con i fiori.
Solo verso sera, quando anche l'ultimo parente se ne andò, Giulia crollò addormentata e Marco riuscì a tenere suo figlio tra le braccia. E sentì, per la prima volta nella sua vita, di aver fatto qualcosa di buono e di far parte di qualcosa. Di una famiglia.
Il giorno dopo aver conosciuto Valentina, Michele aveva già capito che sarebbe stata l'amore della sua vita. Non glielo disse mai perché niente al mondo avrebbe potuto far innamorare Valentina di Michele, ma questo per lui era solo un dettaglio. Valentina sapeva bene che tipo di sentimenti provava Michele per lei e ne era molto gratificata. Michele fu l'unica persona a rimanerle accanto tutta la vita. Dopotutto, gli unici amori che resistono al tempo sono quelli non corrisposti.
Il giorno dopo il suo nobile gesto, Piero si risvegliò in una camera d'ospedale senza le gambe. Aveva salvato una bambina da un incidente e venne riconosciuto da tutti come un eroe. Gli fecero anche una grande festa nella piazza della sua città con la presenza di autorità e giornalisti. Il giorno dopo si scordarono tutti di lui, anche la bambina a cui aveva salvato la vita. Ma Piero sapeva come girava il mondo e non rimpianse mai il suo gesto.
Diversi anni dopo su un giornale, Piero riconobbe in una ragazza trovata morta per droga la bambina che salvò e un po' gli girarono i maroni.
Il giorno dopo l'acquisto della sua prima moto, Marco si sentì veramente libero. Uscì per fare solo un giretto e invece finì al mare. Si mangiò un panino davanti ad un panorama mozzafiato anche se non riusciva a staccare gli occhi dalla sua nuova moto. Il rombo del motore gli sembrava musica e l'aria calda sulle braccia gli dava una sensazione che non aveva mai provato prima.
Marco non tornò mai più a casa. Il giorno dopo la morte di Marco niente tornò come prima e mi lasciò per sempre un'ombra sul cuore.
Il giorno dopo la partita, Andrea non aveva ancora chiuso occhio. Aveva passato la notte a festeggiare la vittoria della coppa del mondo insieme ai suoi migliori amici e insieme a gente che non conosceva e che non avrebbe mai conosciuto, ma si erano lo stesso abbracciati come se non fosse possibile farne a meno.
Quella mattina, mentre tornava a casa, guardò i suoi amici e la sua città. Entrambi non erano perfettamente in forma. Ma dentro di sé ebbe la sensazione che in quel momento tutto era perfetto. E non avrebbe mai dimenticato quella notte.
Il giorno dopo il suo primo bacio, Dario pensò di aver trovato l'amore e la ragazza più bella che lui avesse mai conosciuto.
Il giorno dopo il loro bacio, lei non pensò esattamente le stesse cose e si scordò di chiamarlo prima di partire per il ritorno a casa. Per lei le vacanze erano finite.
Il giorno dopo, John Lennon riguardò tra le cose registrate la sera prima e trovò quella canzone perfetta. La cosa migliore che avesse mai fatto. E pensò che forse, finalmente, aveva trovato la pace in se stesso. Sempre quel giorno, verso sera, Mark David Chapman uccise John Lennon e lasciò il mondo in un posto peggiore.
Il giorno dopo tutto questo, la vita andò avanti lo stesso.
Nuovo mondo.
Vollero infine accontentarmi. Se Simone dice che questo Nuovomondo è un bel film, guardiamolo!
Sono sicuro che accettarono di guardarlo solo perché ero l’ultimo arrivato del cineforum. Non sapevano quindi, se questo nuovo ragazzo era taciturno perché timido o perché, francamente, si era già rotto i maroni da un pezzo di sentir parlare della politica del centrosinistra e di giovani trentenni dai grandi ideali sociali.
In realtà erano tutte e due le cose. Ed io dissi che era un bel film perché: a) mi sembrava politicamente corretto per l’occasione; b) perché volevo sembrare intelligente davanti alla ragazza mora; c) l’aveva detto Linus alla radio.
Iniziammo a guardarlo, tutti davanti al televisore. Pochi eletti sul divano, altri seduti per terra, uno, cioè io, sulla scomodissima sedia della cucina che mi aveva già procurato delle piaghe al sedere durante la cena.
Non è possibile – continuavo a pensare – che un film sia brutto già dai primi cinque minuti!
L’atmosfera si faceva sempre più tesa. Sentivo il malumore serpeggiare tra i miei nuovi amici. Avrei giurato di aver sentito anche delle frasi ingiuriose nei miei confronti.
“Vi ho detto che questo film sarà candidato agli Oscar?”, provai a dire per stemperare un po’ la tensione.
“Se l’hanno candidato, qualcosa di bello ci sarà… ah ah…”. L’assenza di risposta mi fece capire che no, non c’era più speranza di far apprezzare quella merda di film.
Del resto non mi sentii di dargli torto.
La goccia che fece traboccare il vaso fu la scena finale. I protagonisti, emigrati in America, facevano il bagno in un mare di latte. Era la fine, sentivo ormai la rabbia dei miei compagni di cineforum trasalire, non sapevo per quanto tempo si sarebbero trattenuti.
“Io credo proprio che…”, gli occhi erano già puntati tutti su di me. Gli leggevo la sete di vendetta. “Credo proprio che ora… correrò in bagno!”
Corsi via, inseguito da tutto il gruppetto del cineforum. Giusto il tempo di dare un giro di chiave che sentivo le spallate tentare di sfondare la porta.
“È un film di merda, e allora?”, cercavo di giustificarmi.
“Perché ce l’hai fatto vedere?”, “Chi volevi impressionare? Addirittura candidato all’oscar? Esci fuori che te lo diamo noi l’oscar.”
“Non è colpa mia, mi è stato consigliato. Per curiosità… la morettina l’ho impressionata?”
Non so perché lo chiesi. Sentivo che ormai la situazione era disperata e persi ogni remora.
Comunque la morettina era la fidanzata del padrone di casa. E anche lui perse ogni remora e decise che doveva farmi del male a tutti i costi.
Alla fine riuscii a scappare via dalla finestra, scendendo dal secondo piano al piano terra appoggiandomi ai tubi delle fognature.
Ed è per questo che adesso mi trovo qui, a Milano, in via Massena 2, per discutere con Linus dei suoi gusti cinematografici. Perché non si può dare consigli così, alla leggera, senza pensare alle conseguenze. A meno che tu non abbia intenzione di trasferirti per sempre in un nuovo mondo.
Il mio barbiere mi chiede sempre come stanno Gwyneth Paltrow e la piccola Apple. Io rispondo sempre che Gwyn sta bene e lo saluta e la piccola mela sta crescendo bene.
Tutto questo perché il mio barbiere dice che assomiglio a Chris Martin dei Coldplay. La mia collega dice che assomiglio a James Blunt e un tale dice che al massimo assomiglio a Rampinelli della Pupa e il secchione. Ma il tale non capisce un cazzo quindi non importa.
Io invece vorrei assomigliare a canzoni, a film, a libri, a quadri, a momenti di vita vissuta.
Vorrei assomigliare ad una canzone di Bob Dylan rifatta da Jimi Hendrix. Vorrei assomigliare al monologo di Rutger Hauer in Blade Runner. Al gol di Zidane nella finale di Champions League del 2002. All'ultima pagina del libro "L'amore ai tempi del colera".
Vorrei assomigliare ad un assolo di chitarra di Slash. Agli occhi di mio padre quando vede i suoi figli tutti insieme. Alla voce di Neil Young. Al piede sinistro di Maradona e al braccio sinistro di McEnroe. A By this river di Brian Eno. A Dave Gahan che vestito da re cammina nel video di Enjoy the silence. Vorrei assomigliare alla vespa di Bettinelli. Ad una sera d'estate del 2005 con i Negramaro in concerto. Vorrei assomigliare al 1968, se non è troppo.
Ora basta che devo andare con Gwyn e la pupa a fare la spesa alla Coop.
Esco di casa e vado al mare. Prendo la macchina e sono già in coda. Non dovrei almeno uscire dal garage? A quel punto penso – È meglio andare a piedi.
Lungo il cammino prendo un taxi giallo, l'omino che lo guida mi dice – io al mare non ci voglio andare.
Per me va bene – rispondo io – Allora che si fa? C'è il concerto dei Negramaro. Ti va?
No che non mi va. Sono morto con i Negramaro – mi dice.
Bella merda la realtà, penso mentre l'omino piange sul suo taxi. Ne approfitto per lavargli la macchina. Ma l'interno no, mi dispiace, non hai pianto abbastanza.
Andiamo a trovare Dèi, amanti, fate e un mulo – fa lui.
Bello, penso io. Sembra un sogno fatto d'estate.
Mezza estate – risponde lui.
Odio quando mi rispondono ai pensieri.
Ma lui allunga la mano e facciamo subito pace. Ripartiamo con il taxi giallo e la sua mano vola fuori.
Arriviamo in teatro e una ragazza ci regala dei fiori. Faccio l'inchino e bacio i passanti. Un'altra ragazza si siede lì con noi. Ha un vestito lungo e tutti i fiorellini. Mi piacciono i fiorellini – dico io – ma esce un'ape da uno dei fiorellini e mi punge. Comincio a piangere dal male e c'è l'omino che raccoglie le mie lacrime e dice – Così ci lavo anche l'interno. Allora sono contento per lui.
Ora stiamo tutti zitti perché inizia lo spettacolo. Guardo ed è proprio bello. Parlano e non capisco quasi niente. Penso – è come quando l'ho visto al Globe.
Alla fine applaudiamo e abbracciamo tutti gli attori. Smack smack. L'omino mi guarda e vede che sono quasi felice. Allora riprende il taxi giallo e se ne va al mare.
Aprendo la posta elettronica trovo un messaggio dell'Adobe Systems. L'oggetto dice "Da oggi tutto cambierà". Vorrei tanto tu avessi ragione, cara Adobe. Ma come sarebbe mai possibile tutto ciò?
Non posso non aprire la mail, è troppo invitante, piena di speranza verso un futuro migliore.
Infatti: È arrivata Adobe Creative Suite 3. Non hai mai lavorato così prima. Scopri la rivoluzionaria integrazione offerta dalle sei edizioni per il Web, per la stampa e per il Video che vi permetterà di passare senza problemi da un'applicazione all'altra, su qualsiasi tipo di supporto.
Ah, ecco.
Poi me ne torno a casa e accendo la televisione. C'è un incendio nella foresta. Penso a Bambi e alla sua mamma che muore. Non questa volta, perché arriva uno scoiattolo che si mangia una vigorsol e spegne l'incendio con una scoreggia.
Allora cambio canale. Ci sono due animaletti che fanno la pubblicità ad una videosuoneria. Io non ce l'ho la videosuoneria. Il mio fa solo drin drin come i telefoni di una volta. I due animaletti si chiamano Eggia&Score.
Capisco che il mondo non ha più bisogno di me.
Credo che diventerò un nichilista.
Lo so dove sono finito. Scuola media Leonardo Da Vinci. Riconosco ancora tutti i miei compagni. Mi avvicino al mio io dodicenne, tutto intento a disegnare tele di ragno negli spazi bianchi del libro. Accanto a me c'è Francesco. Sulla mia mano sinistra ci sono ancora i segni del righello con cui mi colpisce. È un gioco sottile e crudele, il suo. Aspetta le ore di lezione di italiano, dove regna il silenzio più assoluto, quello provocato dal terrore della professoressa Borea, la donna con la nota più facile di tutta la Pianura Padana. Lui mi colpisce la mano con il righello, quello da venti centimetri, di taglio, perché fa meno rumore e più male. Io mi lamento per il dolore e la professoressa mi mette il primo richiamo. Alla spiegazione sul perché del mio lamento, lei ribatte aggiungendomi un richiamo e mettendo il primo a Francesco. Un enorme vantaggio per un maestro del fastidio come lui e riuscirà a farmi avere il terzo, fatale, richiamo nel giro di pochi minuti.
Ora li ho tutti intorno, come allora. Uniti dalla noia per la lezione di musica. In fondo vedo la professoressa Zaccaria. Gesù, quanto è vecchia. A giudicare dalla luce fuori dev'essere primavera inoltrata, eppure la vecchiarda ha ancora la stufetta elettrica supplementare accesa a tutta manetta vicino alle gambe. La guardo, e tra le pieghe della sua faccia riesco pure a scorgerci degli occhi. Le labbra no, quelle sono state completamente inglobate dalle rughe. Ora ci invita con la solita allegria a prendere i nostri flauti e farle sentire come suoniamo. Quanto ci faceva divertire questa frase? Prendete i flauti e fatemi sentire come suonate. Era un rigore a porta vuota per degli adolescenti che ridevano a ogni cosa avesse anche un lontanissimo doppio senso sessuale.
Eccomi pronto a suonare. Ricordo di averci messo parecchio tempo per imparare a fingere di suonare. Forse ci avrei messo meno se avessi voluto imparare a farlo veramente. C'è da dire che come suonavo io in playback non ce ne sono tanti. Il mio era vero talento, più una bella spolverata di faccia tosta, che mi permetteva di eseguire anche i pezzi più facili, quali l'indimenticata melodia del Mulino Bianco, con una passione e un trasporto che neanche il più navigato dei musicisti potrebbe avere. E il movimento delle dita era poi il mio fiore all'occhiello. Per fingere di emettere quattro note riuscivo a gesticolare come neanche Miles Davis faceva con la sua tromba. Alla fine riesco pure ad avere un espressione stanca e soddisfatta. Bravo piccolo Simone, se solo potessi, ti accarezzerei i capelli. Mentre con l'altra mano colpirei Francesco.